Come entrare nel food blogging club e avere il ristorante pieno

Un piatto bianco con alcuni gamberetti ideale per fare content marketing nella ristorazione

A cosa serve il content marketing nella ristorazione?

Il content marketing nella ristorazione ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, parallelamente con l’esplosione delle strategie di content marketing in altri settori. Non si contano più i blog, che aumentano ogni giorno, dedicati ai piaceri del palato. Talvolta sono curati da semplici appassionati, ma sono sempre di più i singoli locali o le catene di ristoranti che investono risorse su questo strumento di comunicazione.

Il trend sicuramente segue una maggiore attenzione verso il Made in Italy, soprattutto nei settori di punta come l’agro-alimentare e la ristorazione.

Foto di un ristorante all'aperto a Polignano a Mare
Grotta Palazzese a Polignano a Mare (foto dal sito web del ristorante)

Federalimentare ha stimato infatti per l’anno in corso un fatturato complessivo di 134 miliardi di euro (nel 2016 erano 132 mld), con un incremento delle esportazioni del +5%, pari a 31,6 miliardi di euro (erano 30,1 nel 2016). Per quanto riguarda la ristorazione (anche quella mobile) ci aggiriamo attorno a 168mila realtà aziendali, soltanto in Italia.

Numeri importanti per fatturato e realtà coinvolte, dietro i quali si celano però ancora tante arretratezze digitali, e un ritardo sostanziale di circa dieci anni rispetto a quello che sta facendo il settore alberghiero. In questo quadro sono già emerse per fortuna anche alcune sensibilità più aperte e innovative lato promozione e marketing. 

Un numero sempre maggiore di locali sta investendo budget importanti in web agency per la creazione di siti, in social media management, ma anche in content marketing per la ristorazione. Si tratta di strategie che, se ben orchestrate, possono far accelerare il tuo business legato all’enogastronomia e arrivare ad un pubblico che ti stimerà ancor prima di metter piede nel tuo locale.

Ma, come in altri settori, nel “food” non si può improvvisare, e si deve coltivare un’attenzione quasi maniacale per la qualità e i dettagli.

Se sei il titolare di un ristorante, un’enoteca, o magari hai fondato una startup legata al food, e vuoi occuparti in prima persona della scelta e della creazione dei contenuti per il tuo sito, hai davanti a te un’attività sicuramente entusiasmante, ma non semplice. Oggi vogliamo darti qualche piccolo consiglio sulla gestione della linea editoriale.

Prima regola del food blogging club: non c’è una regola

Sembra strano, ma non esistono regole standard valide per ogni food blogger. Ognuno dovrebbe, in qualche modo, prendere consapevolezza delle sue specialità e investire su quelle. Se hai una predilezione per le ricette, per spiegare tutti i passaggi meno conosciuti nella preparazione di alcuni piatti, parti da quello!

Peraltro la scelta di pubblicare una ricetta mette il tuo cliente potenziale nelle condizioni di sapere quali materie prime usi nel tuo ristorante, quanto tempo impieghi nella preparazione, quanta difficoltà c’è in determinati passaggi. Magari tenterà di rifarlo a casa propria, ma gli verrà la curiosità di venire ad assaggiare la tua versione. Anche solo per comparare il risultato.

Un foto da food blogging nella ristorazione con gamberetti su un piatto bianco

Anche Mulino Bianco rende le note le ricette dei suoi biscotti. Potenzialmente chiunque potrebbe rifarli, ma in realtà poi sono in pochi ad avere il tempo e l’intraprendenza di farlo. In realtà il messaggio che lancia la Barilla con questa operazione è più sottile: “realizziamo prodotti genuini, che potresti fare in casa persino tu”.

Insomma pubblicare le ricette è utile, perché il tuo brand viaggia con quei piatti, perché dai un’immagine di autorevolezza e anche di trasparenza. E il cliente comunque, prima o poi, verrà da te a gustare la tua versione.

Oltre alle ricette c’è la possibilità di creare post di utilità più generale. La creazione di un menù a tema, gli abbinamenti tra vini e piatti, approfondimenti su specialità stagionali: tutte queste varianti di piano editoriale contribuiscono a dare lunga vita (e “condivisibilità”) ai vostri articoli.

Dietro il ring. La storia delle materie prime

Se usi il tuo blog per parlare delle risorse a cui attingi per la tua cucina parli indirettamente anche della tua mission, della tua filosofia.

Se dietro le tue ricette si celano dei prodotti a kilometri zero, prodotti che sono legati al territorio, è il momento di investire anche sui tuoi fornitori. Invitali a scrivere un guest post sul tuo sito, oppure fai tu stesso un approfondimento, magari con un’attenzione particolare alle storie che ci sono dietro un singolo uovo di gallina, un formaggio o un vino.

Devi mettere in luce i motivi per cui hai scelto loro e non altri, che vantaggi ti hanno dato nel tuo lavoro quotidiano, che tipo di resa qualitativa hanno. Crea soprattutto un link con il territorio in cui vivi, rendendo immediatamente percepibile che i tuoi piatti hanno un’identità forte e affondano le loro radici in una storia collettiva più ampia.

Può sembrarti strano, ma una ricetta è una pagina di storia. Non solo la tua, ma di tutti quelli che hanno collaborato a realizzarla. Questa storia merita di essere raccontata.

Un contadino raccoglie l'uva per la vendemmia
Vendemmia 2016 presso la tenuta di Regaleali, cantine di Tasca d’Almerita. (ph Giuseppe Flavio Pagano)

Sale, pepe e… territorio!

Pensavi di cavartela con due ricette e qualche storia. E invece no! Anche il branding territoriale è parte integrante del content marketing nella ristorazione.

Sia che tu abbia un’enoteca nel Chianti sia che tu abbia un ristorante nel cuore di Catania, i tuoi luoghi sono importanti! Parlane con degli approfondimenti che siano in linea con il tuo stile di scrittura, senza copiare e incollare da Wikipedia.

Mettiti nei panni di un tuo potenziale cliente che, oltre a fermarsi a pranzo, vuole scoprire cosa c’è intorno a te. Dai suggerimenti, itinerari, e racconta anche qualche aneddoto che magari neanche Google conosce. 

E non dimenticare d’informare il tuo pubblico sulle feste o gli eventi locali, spesso sono proprio questi i pretesti che spingono qualcuno a macinare tantissimi chilometri per raggiungere la tua città o borgo.

Last but not least, riempi questi post di contributi fotografici di qualità. Aumentano l’attrattiva delle tue informazioni.

Veduta serale di Porto Venere, provincia di La Spezia
Veduta di Portovenere. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

Veniamo da lontano, andiamo lontano

Un elemento che manca spesso a molti siti di ristoranti è l’aspetto umano. Mi spiego meglio: ci sono ricette straordinariamente attraenti, ci sono focus dedicati alle materie prime e al territorio, ma poi mancano le persone… i veri protagonisti di questa storia del gusto. 

Insomma, bisogna fare una narrazione coinvolgente di quella che è la storia del locale, delle persone che vi gravitano. Quali percorsi hanno condotto ad aprire quell’attività? Quali difficoltà iniziali ci sono state? Come si è allargato il menù? Chi è entrato nel team della cucina?

Un cuoco sta preparando un piatto in una cucina

Lo storytelling applicato al food blogging è straordinariamente affascinante, soprattutto se si serve anche di foto.

Spesso prima ancora di apprezzare una tua ricetta, un tuo potenziale cliente potrebbe ricordare la tua storia e i tuoi volti. Una narrazione del “capitale umano” su cui è stato fondato il locale crea fiducia, ma anche una proiezione verso il futuro. Non darai così l’impressione di essere venuto fuori dal nulla, ma di aver molto da dire per questi tempi e per quelli che verranno.

O qualità o morte!

Sì, forse ho esagerato con questa semi-citazione risorgimentale. Però la questione è di fondamentale importanza, e determina nel lungo periodo la riuscita o meno della tua strategia di content marketing nella ristorazione.

Magari investi ingenti quantità di tempo ed energie nel creare contenuti, magari sono anche contenuti validi, scritti con tutte le regole fondamentali per essere trovati su Google. Però poi ci sono foto scattate con il cellulare in allegato ai post.

Sono cose che fanno piangere il cuore.

Il problema non sono i cellulari ovviamente, perché quelli di fascia alta se abbinati a una buona post-produzione possono sicuramente offrire risultati un tempo impensabili con budget bassi. Il nodo della questione è che occorre avere una cultura dell’immagine che valorizzi i vostri piatti, con un’attenzione alla luce e all’ambientazione che un principiante non può avere. Per questo le soluzioni self-made o del “miocuggino” con la reflex fanno precipitare la qualità percepita del tuo impegno nel food blogging.

Una ragazza mangia un piatto di cacciucco livornese
Un piatto di cacciucco del ristorante “La buca”, Pisa. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

Vale perciò la pena investire un po’ di budget in tutto il comparto visual affidandosi a dei professionisti. È possibile anche confezionare qualche video di tanto in tanto, magari per destinarlo ai canali social, mettendoci la faccia in prima persona e rendendo immediatamente fruibile una ricetta.

Anche qui non sono necessari bugdet esorbitanti, come quelli di realizzazione di uno spot vero e proprio: basta un intervento che preveda una camera fissa, un minimo di montaggio, buone luci e buon audio. Questi contenuti sono quelli che creano più facilmente interazione con il pubblico e diventano ottimi ambasciatori del vostro brand.

Perché insisto sul visual? Perché i contenuti visivi sanno raccontare le cose come nient’altro al mondo, dandoci la possibilità di capire immediatamente cosa ci troviamo davanti e di esplorarlo, senza che la parola scritta ci guidi in un percorso predeterminato.

Attraverso gli occhi, nel nostro cervello si innescano liberamente rapidamente emozioni, ricordi, sensazioni, intuizioni che la parola scritta in un certo senso irregimenta in percorsi forzati. Nel settore del food blogging tutto questo è ancora più vero, perché nulla coinvolge i sensi e le emozioni come il cibo.

Dietro il ring. La storia delle materie prime

Se usi il tuo blog per parlare delle risorse a cui attingi per la tua cucina parli indirettamente anche della tua mission, della tua filosofia.

Se dietro le tue ricette si celano dei prodotti a kilometri zero, prodotti che sono legati al territorio, è il momento di investire anche sui tuoi fornitori. Invitali a scrivere un guest post sul tuo sito, oppure fai tu stesso un approfondimento, magari con un’attenzione particolare alle storie che ci sono dietro un singolo uovo di gallina, un formaggio o un vino.

Devi mettere in luce i motivi per cui hai scelto loro e non altri, che vantaggi ti hanno dato nel tuo lavoro quotidiano, che tipo di resa qualitativa hanno. Crea soprattutto un link con il territorio in cui vivi, rendendo immediatamente percepibile che i tuoi piatti hanno un’identità forte e affondano le loro radici in una storia collettiva più ampia.

Può sembrarti strano, ma una ricetta è una pagina di storia. Non solo la tua, ma di tutti quelli che hanno collaborato a realizzarla. Questa storia merita di essere raccontata.

 

Un contadino raccoglie l'uva per la vendemmia
Vendemmia 2016 presso la tenuta di Regaleali, cantine di Tasca d’Almerita. (ph Giuseppe Flavio Pagano)

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Sale, pepe e… territorio!

Pensavi di cavartela con due ricette e qualche storia. E invece no! Anche il branding territoriale è parte integrante del content marketing nella ristorazione.

Sia che tu abbia un’enoteca nel Chianti sia che tu abbia un ristorante nel cuore di Catania, i tuoi luoghi sono importanti! Parlane con degli approfondimenti che siano in linea con il tuo stile di scrittura, senza copiare e incollare da Wikipedia.

Mettiti nei panni di un tuo potenziale cliente che, oltre a fermarsi a pranzo, vuole scoprire cosa c’è intorno a te. Dai suggerimenti, itinerari, e racconta anche qualche aneddoto che magari neanche Google conosce. 

E non dimenticare d’informare il tuo pubblico sulle feste o gli eventi locali, spesso sono proprio questi i pretesti che spingono qualcuno a macinare tantissimi chilometri per raggiungere la tua città o borgo.

Last but not least, riempi questi post di contributi fotografici di qualità. Aumentano l’attrattiva delle tue informazioni.

Veduta serale di Porto Venere, provincia di La Spezia
Veduta di Portovenere. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

 

Veniamo da lontano, andiamo lontano

Un elemento che manca spesso a molti siti di ristoranti è l’aspetto umano. Mi spiego meglio: ci sono ricette straordinariamente attraenti, ci sono focus dedicati alle materie prime e al territorio, ma poi mancano le persone… i veri protagonisti di questa storia del gusto. 

Insomma, bisogna fare una narrazione coinvolgente di quella che è la storia del locale, delle persone che vi gravitano. Quali percorsi hanno condotto ad aprire quell’attività? Quali difficoltà iniziali ci sono state? Come si è allargato il menù? Chi è entrato nel team della cucina?

 

Un cuoco sta preparando un piatto in una cucina

 

Lo storytelling applicato al food blogging è straordinariamente affascinante, soprattutto se si serve anche di foto.

Spesso prima ancora di apprezzare una tua ricetta, un tuo potenziale cliente potrebbe ricordare la tua storia e i tuoi volti. Una narrazione del “capitale umano” su cui è stato fondato il locale crea fiducia, ma anche una proiezione verso il futuro. Non darai così l’impressione di essere venuto fuori dal nulla, ma di aver molto da dire per questi tempi e per quelli che verranno.

 

O qualità o morte!

Sì, forse ho esagerato con questa semi-citazione risorgimentale. Però la questione è di fondamentale importanza, e determina nel lungo periodo la riuscita o meno della tua strategia di content marketing nella ristorazione.

Magari investi ingenti quantità di tempo ed energie nel creare contenuti, magari sono anche contenuti validi, scritti con tutte le regole fondamentali per essere trovati su Google. Però poi ci sono foto scattate con il cellulare in allegato ai post.

Sono cose che fanno piangere il cuore.

Il problema non sono i cellulari ovviamente, perché quelli di fascia alta se abbinati a una buona post-produzione possono sicuramente offrire risultati un tempo impensabili con budget bassi. Il nodo della questione è che occorre avere una cultura dell’immagine che valorizzi i vostri piatti, con un’attenzione alla luce e all’ambientazione che un principiante non può avere. Per questo le soluzioni self-made o del “miocuggino” con la reflex fanno precipitare la qualità percepita del tuo impegno nel food blogging.

 

Una ragazza mangia un piatto di cacciucco livornese
Un piatto di cacciucco del ristorante “La buca”, Pisa. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

 

Vale perciò la pena investire un po’ di budget in tutto il comparto visual affidandosi a dei professionisti. È possibile anche confezionare qualche video di tanto in tanto, magari per destinarlo ai canali social, mettendoci la faccia in prima persona e rendendo immediatamente fruibile una ricetta.

Anche qui non sono necessari bugdet esorbitanti, come quelli di realizzazione di uno spot vero e proprio: basta un intervento che preveda una camera fissa, un minimo di montaggio, buone luci e buon audio. Questi contenuti sono quelli che creano più facilmente interazione con il pubblico e diventano ottimi ambasciatori del vostro brand.

Perché insisto sul visual? Perché i contenuti visivi sanno raccontare le cose come nient’altro al mondo, dandoci la possibilità di capire immediatamente cosa ci troviamo davanti e di esplorarlo, senza che la parola scritta ci guidi in un percorso predeterminato.

Attraverso gli occhi, nel nostro cervello si innescano liberamente rapidamente emozioni, ricordi, sensazioni, intuizioni che la parola scritta in un certo senso irregimenta in percorsi forzati. Nel settore del food blogging tutto questo è ancora più vero, perché nulla coinvolge i sensi e le emozioni come il cibo.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Blog: 4 segreti per scrivere un post di successo

post di successo, un taccuino e una penna in primo piano

Sarebbe bello scrivere tutti i giorni un post di successo, ma chi adotta una strategia di content marketing si accorge sin dai primi tempi che alcuni post hanno più seguito di altri. Le variabili e le motivazioni possono essere tante, ma sembra proprio che solo un post su cinque ce la faccia.

Alle volte l’odore di fallimento possiamo respirarlo già nella fase di ideazione dei contributi perché non siamo sufficientemente convinti di quello di cui andremo a parlare. O magari in una fase successiva, quando ci rendiamo conto che quello che era interessante per noi non era altrettanto interessante per il nostro pubblico. E Google Analytics ce lo farà notare impietosamente.

Tanti fattori concorrono a determinare un modesto risultato di un post: talvolta siamo stati affrettati, incerti dei nostri obiettivi, o semplicemente indecisi su quello che il nostro target desidera. Altre volte forse non abbiamo avuto sufficienti argomentazioni o conoscenza del tema. Tutte queste variabili possono incidere sulla qualità dei contenuti che produciamo, e quindi pregiudicarne la diffusione.

Ecco i segreti per puntare solo sugli articoli che il pubblico vuole e di conseguenza aumentare le probabilità di successo.

1. Il sudore di Edison e le cartelle di Calvino

Mi torna in mente una frase di Thomas Edison, che recitava così: “Il segreto del mio successo? 1% ispirazione, 99% traspirazione”. Insomma, prima di arrivare alla lampadina accesa del buon vecchio Edison, c’è sforzo e sudore, tentativi e ancora tentativi.

Per ordinare le nostre idee prendiamo spunto da quello che era il metodo di Italo Calvino. Per il celebre scrittore italiano l’officina del racconto si metteva in moto solo quando il materiale raccolto aveva raggiunto un certo “spessore”. Nella Presentazione a “Le città invisibili” scrive:

“Il libro è nato un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni. Io nello scrivere vado a serie: tengo tante cartelle dove metto le pagine che mi capita di scrivere, secondo le idee che mi girano per la testa, oppure soltanto appunti di cose che vorrei scrivere. Ho una cartella per gli oggetti, una cartella per gli animali, una per le persone, una cartella per i personaggi storici e un’altra per gli eroi delle mitologie; ho una cartella sulle quattro stagioni e una sui cinque sensi; in una raccolgo pagine sulle città e i paesaggi della mia vita e in un’altra città immaginarie, fuori dallo spazio e dal tempo. Quando una cartella comincia a riempirsi di fogli, comincio a pensare al  libro che ne posso tirar fuori”.

Lo scrittore Italo Calvino tiene in mano una sfera di cristallo
Lo scrittore Italo Calvino

Oggi possiamo mettere ordine tra appunti vari, link, illuminazioni varie ricorrendo ad app come Evernote.

Magari non tutti gli appunti diventeranno subito dei post, alcuni argomenti avranno bisogno di un po’ di tempo in più per essere sviluppati. Alcuni appunti forse non si trasformeranno mai in un post, oppure verranno presi in prestito per creare contenuti su un altro tema. Nel dubbio annotate sempre tutto quello che ritenete utile o interessante.

2. Prenditi il tuo tempo per progettare un post di successo

Se i panettieri mettessero in forno delle pagnotte non ancora perfettamente lievitate manderebbero a monte il lavoro di una notte intera. Lo stesso accade, con i dovuti distinguo, nel content marketing.

Un errore comune è correre dalla fase di ideazione a quella di realizzazione. Ci siamo passati tutti. Questo succede perché abbiamo delle scadenze ravvicinate, oppure perché non ci rendiamo conto di quanto sia complesso o importante l’argomento che stiamo maneggiando.

Di solito si spendono 15 minuti per farsi venire un’idea e tre ore per scrivere un post. Così accade che l’idea non è sufficientemente a fuoco, e ci ritroviamo a sprecare tre ore e 15 minuti.

Se si potesse estendere ad un’ora il tempo impiegato per l’ideazione, e spendere sempre tre ore a scrivere l’articolo, le probabilità di pubblicare un buon post si alzerebbero. A questo punto quei 45 minuti di lavoro extra saranno guadagnati.

Investire sull’ideazione del contenuto e la sua coerenza non è mai una perdita di tempo, soprattutto se lo scopo è realizzare un post di successo.

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3. Non infatuarti della tua idea

Quando abbiamo un’idea la tentazione più grande da cui ci dobbiamo guardare è di affezionarci troppo a quell’idea. È un errore che fanno molti copywriter: realizzare un contenuto che piaccia solo alla testa che l’ha pensato.

Capita davvero un po’ a tutti, me compreso, di sviluppare un’idea perché ci appare davvero magnifica. La viviamo come un’infatuazione. A tal proposito mi viene in mente un bel volume di David DiSalvo, un divulgatore scientifico che si è occupato molto di psicologia e neuro-fisiologia. In “Cosa rende felice il tuo cervello (e perchè devi fare il contrario)” spiega come “Quello che i nostri cervelli vogliono non è necessariamente ciò di cui hanno bisogno. Cose che rendono il nostro cervello “felice” possono portare, infatti, ad enormi errori di giudizio”.

Come sottolineato da Wray Herbert nella sua prefazione al volume:

“Tutti noi ci affidiamo in continuazione a copioni e stereotipi, sfruttandoli come efficaci scorciatoie per risparmiare tempo ed energie mentali. Tuttavia possono alterare la nostra capacità di giudizio”.

Quindi, parafrasando, ciò che rende felice il nostro cervello non è detto che sia quello che rende felice i nostri lettori. Per economia cognitiva siamo portati a creare piccole variazioni su temi che ci piacciono. Dall’altro lato siamo portati ad evitare l’approfondimento su argomenti che sono distanti dai nostri interessi. Ecco perché chiedere un feedback può essere una buona soluzione che ci allontana dal rischio di fare un soliloquio.

contenuti autocelebrativi, una donna allo specchio

I feedback sugli argomenti che interessano più al nostro pubblico di riferimento li possiamo chiedere a tutti quei tool che ti ho segnalato in un post dedicato al blocco dello scrittore.

Mentre per feedback più rapidi possiamo affidarci ad un gruppo di persone autorevoli nel settore di cui ci occupiamo, chiedendo cosa gli interesserebbe leggere, e quali domande eventualmente avrebbero da porre. Potrebbero darci un punto di vista molto utile per elaborare contenuti che siano realmente utili.

4. La frontiera dell’altrimenti

Un po’ come accade per la letteratura scientifica, scrivere un nuovo post, realizzare un podcast, creare un video deve avere un altro grande obiettivo, oltre a quello di far conoscere il tuo brand. Stiamo parlando di innovare le conoscenze.

Insomma, un po’ tutti siamo stanchi d’imbatterci in post che sono la copia di tanti altri. Da lettori cerchiamo quel qualcosa in più che altri non ci hanno detto. Così, quando siamo in fase di ideazione, ricordiamoci che dobbiamo realizzare un contenuto che sia migliore di tutti quelli già presenti in Rete sull’argomento.

Il migliore non significa il più esaustivo. Nessuno su Internet ha tempo o voglia di sorbirsi trattati e l’economia dell’attenzione è davvero difficile da gestire. Migliore significa quello che in un numero ragionevole di parole possiamo dire quello che altri non hanno detto, o dir meglio e in modo più chiaro quello che già è stato detto.

Facciamo un esempio pratico. Devo scrivere un post su quali siano le ragioni che determinano il successo di un post all’interno di una strategia di content marketing. Mi metto alla ricerca di fonti attendibili in materia. Non mi limito alla prima pagina di Google, vado se necessario alla seconda, alla terza. Cerco nella “letteratura” anglofona. Poi mi appunto tutti quei passaggi che ritengo migliori. Su questi punti imbastisco l’ossatura del mio post, in più aggiungo tutta una serie di elementi che arrivano dalla mia esperienza o visione del mondo. Questi dettagli saranno la tua firma a quel contenuto e lo renderanno riconoscibile tra decine di altri simili.

“Le cose sono come sono, ma potrebbero benissimo essere altrimenti”

Scriveva Robert Musil, uno scrittore austriaco che ha rivoluzionato il primo Novecento. “Altrimenti” è tuo contributo, è la frontiera su cui ti muovi. Quella finestra da cui far emergere il valore del tuo brand, la sua diversità.

E tu quali processi segui per garantire alte probabilità di successo ai tuoi contenuti? Ci piacerebbe leggere la tua opinione nei commenti.

Le sei migliori risorse per risolvere il blocco dello scrittore

Una penna poggiata su un quaderno bianco che richiama l'idea del blocco dello scrittore

Il blocco dello scrittore (o del copy, nel nostro caso) è una brutta bestia. Si rischia di fissare lo schermo bianco per un pomeriggio senza che ne esca qualcosa che abbia un senso compiuto.

Alcune volte non c’è l’idea di partenza, altre volte c’è ma è ancora troppo vaga. Oppure ci si incaponisce sull’attacco del pezzo non riuscendo ad andare oltre le prime tre righe. In altri casi ancora si ha in mente l’attacco ma non si è in grado di dargli respiro con un adeguato sviluppo. Altre volte a mancare è il titolo. Prima o poi capita a tutti, ma è facile uscirne.

Spesso si tende a credere che pubblicare regolarmente alla fine prosciughi le energie creative, come se gli argomenti fossero dei pozzi ad esaurimento. In realtà dovrebbe essere il contrario: più posti contenuti rilevanti per i lettori, più hai voglia e ispirazione per affrontare tutte le sfumature che un topic si porta dietro.

Nel nostro lavoro abbiamo a disposizione delle Muse. Forse non hanno l’aspetto semidivino che potevano avere per gli artisti greci, ma svolgono bene la funzione di fonti di ispirazione. Una volta circoscritta l’idea di partenza, il più è fatto.

Ecco le sei Muse con cui superare il blocco dello scrittore.

Alla ricerca della parola chiave

Le parole chiave sono come porti in mezzo al mare. Non mettere la tua barca in acqua se non hai prima tracciato rotte che ti portino esattamente alle tue personas di riferimento. Individuare le keywords legate alla tua attività servirà poi a farti individuare online all’interno del mare magnum dei contenuti che vengono pubblicati ogni giorno, oltre che farti superare l’empasse da blocco dello scrittore.

Meglio partire subito dal principio di utilità: “qual è l’argomento su cui potrei scrivere per essere utile al mio pubblico?”.

Fatto questo, possiamo ricorrere a tool che possano darci dei suggerimenti validi non solo per cercare una semplice keyword (per esempio “content marketing”), ma anche per strutturarla all’interno di una long trail. L’immancabile compagno di viaggio, quando si parla di parole chiave, è Google Keyword Planner.

Si tratta di uno strumento molto prezioso, perché ti fornisce una lista di alternative e di keywords correlate a quelle che usi più di frequente, offrendoti quindi delle idee a cui attingere per i tuoi contenuti. Grazie ai volumi di ricerca su base mensile ti restituisce inoltre anche un indice di popolarità delle ricerche per keywords, così da intercettare quelle più performanti in un dato periodo.

Un ottimo tool complementare è Ubersuggest. A seconda delle lingue offre un elenco di parole chiave basate sui suggerimenti Google nella casella di ricerca. Ubersuggest organizza poi i risultati in ordine alfabetico. Cliccando su questi risultati è possibile ricavare un’ulteriore lista di suggerimenti, tra cui anche keyphrase correlati alla query originaria.

Schermata di Ubersuggest, tool che suggerisce combinazioni di keywords per superare il blocco dello scrittore

Un mix tra le funzionalità di Keyword Planner e Ubersuggest le troviamo invece in Keywordtool. Restituisce sino a 750 risultati per keyword (nella versione free) e permette di individuare i risultati a seconda del database interrogato (come Google, Bing, Youtube). Nella versione pro troviamo anche l’indicazione dei volumi di ricerca e il livello di competitività della parola chiave.

La domanda giusta

Tante volte per scrivere un buon contenuto hai bisogno di una buona domanda da cui partire. E le domande giuste può farle Answer the public. Vai sul sito, poni una semplice parola chiave nella stringa di ricerca e ti offrirà una lunghissima lista di domande e relative varianti. Tutti i risultati saranno accorpati in ramificazioni sotto avverbi interrogativi. Per esempio “chi”, “come”, “perché”, “quando”, etc.

Al di là della facilità d’uso questo tool, è davvero una risorsa assai utile. Fa quello che altre piattaforme ancora faticano a fare: applica il linguaggio naturale a quelle che sono semplici keywords di partenza, razionalizzando le curiosità espresse online rispetto a un determinato argomento. Restituisce così, in forma grafica, l’evoluzione delle domande che si possono sviluppare attorno ad un tema.

Per gli anglofoni ci sono ulteriori strumenti a disposizione per intercettare le domande del pubblico di riferimento, come Quora oppure Reddit. Vale sempre la pena dare un’occhiata agli argomenti più dibattuti e soprattutto a come la domanda sia posta.

Generatori di titoli

Fermo restando che i migliori titoli escono fuori dalla creatività umana, qualcuno ha messo a punto dei tool che permettono di superare il blocco del titolo. Purtroppo sono soltanto in lingua inglese, ma con uno step successivo di traduzione in italiano non perdono molto in efficacia.

Un primo strumento è Tweak your biz. Inserisci un argomento o una parola chiave per vedere i risultati ordinati sotto diverse tipologie titolo: how to, lista, domanda, motivazione, etc.

Un altro generatore di titoli, ma più dotato di personalità, è Portent. Per avere ancora più opzioni basta aggiornare la pagina dei risultati. Purtroppo non offre sempre titoli perfetti, spesso alcuni di loro non hanno senso. Ma guardando i vari suggerimenti non è difficile ricavarne il proprio titolo. Ricordati però poi di rispettare il mandato che ti sei dato con il titolo.

Sempre sul pezzo

Rimanere aggiornati sulle novità è un comandamento irrinunciabile, soprattutto quando vuoi staccare con i post evergreen e orientarti sull’attualità. Uno strumento da cui partire è senza dubbio Google Trends. Su questa piattaforma possiamo comparare più chiavi di ricerca, individuare la più popolare in un determinato momento e osservare le oscillazioni che quella parola o quell’argomento hanno avuto in termini di volumi di ricerca.

In moltissimi settori del business orientarsi sulle tendenze di stagione può essere determinante, come per esempio nel travel blogging, nel filone eno-gastronomico, nel socialmedia management, etc.

Alle volte pubblicare nel momento giusto un contenuto che contiene una certa keyword può far schizzare il tuo pezzo nelle quote alte della SERP, per questo un’occhiata a Google Trends è sempre una buona norma.

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Ipse dixit!

Per trovare l’ispirazione e superare il blocco dello scrittore tante volte basta fare una bella rassegna stampa e prendere spunto dai migliori nel tuo campo.

Ma per fare una content discovery a colpo sicuro, e non trovarsi ogni giorno a sacrificare ore preziose per leggere contributi di dubbia qualità, esistono degli strumenti che vi permettono di tener traccia dei contenuti più influenti.

Nel campo del content marketing un nome che vale la pena citare è Zest. Si tratta di un feed di storie e notizie di business e marketing, selezionate però da un team umano. Raccoglie fonti in inglese, ma d’altra parte in questo campo le voci più autorevoli provengono da oltre Atlantico.

Schermata di Buzzsumo, sito che raduna i contenuti più condivisi sui social

Per quanto riguarda invece gli aspetti più “automatizzati”, un buon strumento da cui partire è Buzzsumo. Si tratta di una piattaforma che intercetta i contenuti più condivisi nei principali social network e permette di individuare quali siano le voci più influenti per uno specifico settore. Si possono effettuare anche ricerche per tipologie di contenuto (es. articoli, infografiche, video e interviste) e filtrarle poi per data, lingua e Paese (ma solo nella versione pro).

Se già sai quali sono le voci a cui affidarti, e quindi vuoi tenerti aggiornato su tutti i nuovi contenuti che hanno pubblicato, la soluzione è abbonarti ai Feed RSS dei loro siti. Piattaforme come Netvibes ti aiuteranno a gestirne il flusso, catalogarlo in sezioni e sottosezioni, e personalizzare molte impostazioni. La rassegna stampa sarà così un gioco da ragazzi.

Repackage

Se hai avuto una buona intuizione in passato nulla ti vieta di riutilizzarla. Ma dovrai cambiare “grammatica” e veste per farlo apparire nuovo ancora una volta. Per esempio, trasformare un post lungo in un video di 10 minuti. O convertire il podcast di un’intervista in un post sul blog. Oppure tornare ad aggiornare un vecchio post se ci sono novità rilevanti sull’argomento. Oppure dare un nuovo taglio ad un’argomento già affrontato, magari con qualche case history recente.

Nel caso di un cambio di supporto, per esempio da post scritto a video, bisogna assicurarsi però di avere i mezzi adeguati affinché il contenuto “nuovo” si integri con il piano editoriale già esistente, oppure cambiare tempi e modi di esposizione nel passaggio da un media all’altro.

Tolstoj e il blocco dello scrittore

Ritratto di Lev TolstojSolo la continua sperimentazione di tutte queste risorse suggerite vi darà la vostra personale ricetta, quella che dà soddisfazione sia alla vostra penna sia alle persone che vi leggono.

C’è una risorsa di cui non abbiamo scritto, ma che è implicita quando si parla di copywriting: essere creativi. Sembra banale come osservazione, ma non lo è. Per essere “memorabili” occorre che già nella fase di stesura delle idee vi diate qualche guizzo imprevedibile. Per esempio a me ronzava in testa qualcosa come “quello che Lev Tolstoj può insegnare al content marketing”. Ora, non so se Anna Karenina c’entri molto con il nostro lavoro (ad occhio direi di no), però c’è una frase di Tolstoj che ci può fare da supporto e da guida anche quando ci arrovelliamo per ore su un post: «Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è la vigliaccheria dell’anima».

Come impostare un tono di voce per rendere riconoscibile il tuo brand

Mixer con canali e piste per regolare il tono di voce

Le parole sono importanti, ma è il “come” si propongono a fare la differenza. L’efficacia, la credibilità, la forza, la memorabilità, e perfino l’interpretazione di un messaggio dipendono in gran parte da quello che si chiama “tono di voce”.

Nella comunicazione di un brand è l’equivalente di un timone per una nave: una variazione di pochi gradi potrà farvi imboccare una rotta completamente diversa.

Impostare un determinato registro narrativo serve a creare coerenza con la costruzione di una brand identity, ma serve anche a scegliere il pubblico di riferimento. Ecco perché la scelta di un certo stile comunicativo presuppone l’aver preliminarmente risposto a due domande: chi siamo e chi è il nostro cliente ideale. Non è detto che questa consapevolezza ci sia sin dall’inizio, ma è bene lavorarci sin da subito proprio per impostare una comunicazione coerente a tutti i livelli: dalle mailing-list sino ai contenuti di un blog per finire ai social network e alla pubblicità tradizionale.

Il tono di voce nell’informazione. L’esempio dei giornali italiani

Quando di parla di tone of voice sicuramente come primo esempio vengono alla mente le differenze che caratterizzano le testate italiane. Per esempio “Libero”, già ad una prima lettura, si presenta con un registro energico, talvolta sguaiato, con titoli provocatori e testi semplici. I suoi articoli cercano (e trovano) l’empatia di un pubblico che tendenzialmente è critico verso la “politica politicante”, che vive nel Centro e Nord Italia, e che individua nei migranti un problema per la tenuta sociale e la sicurezza del Paese.
Prima pagina del quotidiano Libero che usa un titolo sessista contro il sindaco di Roma Virginia Raggi

Lo stesso registro energico lo troviamo anche su “Il Fatto Quotidiano”, con articoli dalla prosa provocatoria, ma con un pubblico diverso rispetto a quello della testata precedente. Parla ad un’audience più colta, critica verso le forze di Governo e contro i partiti tradizionali in generale, puntando molto sulla “questione morale” e sugli scandali. Entrambi i giornali danno uno spazio di primo piano alla politica e all’economia, mettendo la cronaca nera e le altre notizie in posizioni più marginali.

Queste sono testate che si orientano in modo esclusivo ad un certo pubblico, nel senso che nelle loro intenzioni primarie ci sono delle nicchie di riferimento da occupare. Altre testate, come “La Repubblica” o “Il Corriere della Sera”, optano per un pubblico più ampio e trasversale, ma non senza rinunciare ad uno specifico tono di voce a seconda delle notizie o dei settori di cronaca.

Il quotidiano fondato da Scalfari partendo da stagioni di forte connotazione politica si è posizionato su toni più informali ed inclusivi, mentre il Corsera da organo di riferimento della borghesia italiana con un pubblico prettamente maschile ha, nel corso degli anni, svecchiato e ammorbidito la sua voce, aggiungendo anche sezioni interamente dedicate alle questioni di genere (27esima ora).

I giornali hanno quindi una voce inconfondibile, che li rende immediatamente riconoscibili, ma non sono cristallizzati: si adattano alle varie stagioni che caratterizzano la storia italiana ma anche all’avvento delle nuove tecnologie e dei nuovi modi di fruizione dei contenuti. Chi non l’ha fatto, come molti giornali di partito, è andato irrimediabilmente in crisi o ha chiuso i battenti.

Una sola voce, tanti toni

Quando si parla di tono di voce, tante volte si tende a fare confusione, magari immaginando che voce, tono e stile siano la stessa cosa. In realtà dobbiamo distinguere bene questi tre aspetti:

LA VOCE: la firma univoca ed inconfondibile del tuo marchio

Si esplicita attraverso:

  • la personalità: è divertente ed informale come Ceres, oppure rassicurante e tradizionale come Moretti.
  • il ritmo: frasi brevi e taglienti come Oxfam, oppure più musicale come Audi.
  • il vocabolario: chiaro ma dinamico come Samsung, o glamour e sofisticato come Huawei.
IL TONO: l’arte di usare la voce in situazioni diverse

Nella vita, noi moduliamo il nostro tono di voce a seconda del nostro interlocutore e di che cosa stiamo parlando, ma la nostra voce rimane la stessa.

Separare la voce e il tono significa che si può essere empatici con gli utenti in determinati passaggi (pensiamo ad una mailing list), e l’empatia è ciò che fa la differenza tra il soddisfare semplicemente le esigenze dei clienti e il risultare davvero coinvolgenti. Oppure si può essere più orientati alla vendita, attraverso call to action su un sito di e-commerce. Oppure ancora si può essere idiomatici su un blog che raccoglie dei post indirizzati ad addetti ai lavori.

Uno stesso prodotto può essere presentato con tantissimi toni di voce diversi. Un po’ sulla falsariga di Raymond Queneau e dei suoi esercizi di stile, qualche anno fa Annamaria Testa scriveva nel suo volume “La parola immaginata”:

Pensate a un detersivo per lavatrice che si chiami “Brix”, che offre il vantaggio di lavare a 30°. Il concetto da comunicare è “lava a fondo rispettando i colori”. Ed ora vediamo come può esser comunicato, sfruttando vari toni di voce. Tono romantico: “Brix dà vita ai colori che amate”; Aggressivo: “Brix distrugge lo sporco ma salva i colori”; Ironico: “Brix: “la sottile differenza che c’è tra grigio sporco e grigio pulito”; Concreto: “Brix è forte contro lo sporco, delicato con i colori, anche a 30°; Evocativo: “Tolto lo sporco, brilla il colore”; Provocatorio: “Tutti possono lavare i capi colorati, ma quanti sanno mantenerli colorati?”; Rassicurante: “Con Brix, anche in lavatrice i vostri capi sono in buone mani”; Coinvolgente: “La prima volta che ho usato brix non credevo ai miei occhi”; Tenero: “Nuovo Brix fa felice il bucato”; Disinvolto “Nuovo Brix: Niente calore tutto colore”; Snob: “Nuovo Brix, il maestro del colore”.

LO STILE: il lavoro di cesello

Trovare un colore di riferimento per il brand. Scegliere una certa parola invece che un’altra, metterla in maiuscolo oppure no. Adottare un font diverso a seconda del contenuto. Determinare soluzioni grafiche su dove mettere un testo, o anche quali immagini scegliere per accompagnare un contenuto. Tutto questo è lo stile. Come nel caso del tono di voce è variabile a seconda del contesto e dell’interlocutore che ci immaginiamo.

Un uomo parla ad un amplificatore che è collegato all'orecchio di una donna

Dalla vision alla voce

Come dicevamo sopra, prima di stabilire che voce adotteremo sul mercato, dobbiamo prima capire chi siamo, qual è la nostra vision e i nostri valori di riferimento.

Per far questo adotteremo un modello tipico del posizionamento di marketing, che sfrutta due linee direttrici: dalla tradizione verso l’innovazione, e dall’esclusività verso l’inclusività.

La prima opposizione serve a chiarire in che modo l’azienda si rapporta al cambiamento: coltiviamo la ricerca di nuove frontiere, di modernità dell’immagine, di frattura rispetto al passato o, viceversa, coltiviamo un legame con il passato, di ricerca delle buone pratiche già consolidate, di rievocazione della classicità?

L’altra distinzione è tra chi parla a target ampi e trasversali e chi si rivolge invece a gruppi più specifici e verticali. Da qui poi si raffina il target individuando il posizionamento del nostro brand su territori B2B o B2C.

Stabilire questi aspetti è imprescindibile quando a lavorare sulla comunicazione c’è un team interno o un’agenzia esterna. Da questo momento in poi è possibile creare delle linee guida che serviranno per tutti: dal responsabile delle pubbliche relazioni, al grafico, dal copywriter al social media manager. Ma anche per il libero professionista è utile crearsi un piano di comunicazione che abbia una visione strategica.

Sia quando si lavora in gruppo per un’azienda sia quando si lavora al personal branding l’obiettivo primario è mantenere una coerenza della voce a tutti i livelli. Coerenza nella comunicazione significa credibilità. Per questo è bene mettere in chiaro una serie di elementi chiave come:

  • circoscrivere il brand e la sua filosofia attraverso una lista di aggettivi;
  • stabilire chiaramente ciò che il brand non è;
  • determinare quali parole non devono mai essere usate e quali argomenti sono sensibili;
  • stabilire chi sono le nostre Personas di riferimento e come costruire un’empatia con loro;
  • elencare le parole chiave che contraddistinguono il nostro linguaggio da quello dei competitor.

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Conclusioni

Lo studio del proprio brand, del proprio prodotto, e il suo posizionamento in termini di valori ed identità, è il passaggio fondamentale per poter poi pensare alla strutturazione di un piano di comunicazione efficace.

La scelta della voce da assumere e del conseguente tono della voce sarà poi la condizione per strutturare ad ogni livello contenuti chiari, comprensibili per la clientela, ma soprattutto coerenti con la propria brand identity.

Nuovi fattori di ranking di Google. La SEO nel 2017 (e oltre).

Da molti anni ormai chi scrive su un blog, cura i contenuti di un sito aziendale, o progetta un sito da capo a piedi, deve fare i conti con la SEO e i nuovi fattori di ranking di Google. Questo perché l’obiettivo che si pongono tutti è scalare i risultati di ricerca di Big G, perché più visibilità sul più noto dei motori di ricerca significa avere maggiori possibilità di attrarre potenziali clienti, ovviamente non si può prescindere dalla credibilità, da costruire gradualmente con un una buona content strategy e una corretta esposizione sui social.

 

Schermo di computer con scritta design

 

Quali sono i nuovi fattori di ranking di Google?

Chiunque si occupa a livello approfondito di questi temi sa bene che la SEO non è mai stata una scienza esatta, la possiamo definire come una specie di rincorsa continua volta a carpire empiricamente i tanti segreti dagli algoritmi che implementa Google di anno in anno. Abbiamo a che fare con una materia mutevole, dove non sempre ciò che era ottimale un anno fa lo è ancora oggi. Alle volte l’arco temporale si accorcia anche a pochi mesi.

Questo perché cambiano rapidamente le abitudini di navigazione degli utenti, la capacità degli algoritmi di “ricostruire” il contesto in cui si trova un contenuto, di carpirne la pertinenza o l’autorevolezza. I parametri sono davvero numerosi, molti non li conosciamo neanche, anche perché Google li custodisce gelosamente – e comprensibilmente- come “segreto industriale”.

Quello che sappiamo è che ci sono stati diversi cambiamenti nei ranking delle keywords e nei posizionamenti dei siti nella SERP già ad inizio anno. Ma andiamo a vedere nello specifico quelli che sono stati i cambiamenti più importanti finora e i nuovi fattori di ranking a cui Google ha deciso di dare maggior peso.

 

Profondità di contenuto

Content is king. Non è un mantra ripetuto solamente dai marketers, ma anche dai SEO specialist. Per BigG un contenuto di qualità non è più un testo di 300 parole, ma è un testo articolato, pertinente con le keywords scelte e con una certa ricchezza semantica. Se sino a qualche anno fa si scriveva per obbedire alle parole chiave e alla loro densità nel testo, oggi viene premiata in primo luogo la rilevanza.

Sulla scorta degli studi di Backlinko, possiamo notare come sia concessa maggiore visibilità ai cosiddetti in-depth content, ovvero contenuti che scavano in profondità in un argomento. Pare infatti che le pagine con un ranking migliore siano quelle che contengano circa 1900 parole.

 

Popolarità e backlink

Un cantante canta sul palco mentre la folla lo applaude. La popolarità è tra i nuovi fattori di ranking di google

Come si misura la popolarità o autorevolezza secondo i fattori di ranking di Google? Semplice: in backlink. Non cambia la loro importanza rispetto al passato, ma è stato perfezionato il loro contributo.

Non bastano link da siti generici per farvi scalare la SERP. Bisogna che provengano da siti già autorevoli e che siano in linea con i temi che trovano spazio nel nostro sito. Ci deve essere, perciò, una coerenza semantica, altrimenti il link vale poco o nulla.

Come fare dunque a fare link building? La risposta è semplice e faticosa allo stesso tempo: creando contenuti di qualità. Un articolo che sia veramente utile e ben scritto per i tuoi potenziali lead ha molte più probabilità di essere condiviso sui social, e magari citato all’interno di un altro sito che si occupa degli stessi topic.

 

Responsive web design

Le ricerche e le navigazioni da desktop potrebbero diventare un ricordo del passato nello spazio di una generazione. Il volume di traffico da device è cresciuto esponenzialmente, a tal punto da sorpassare quello da desktop. Questo a Mountain View lo sanno bene.  L’abbiamo già visto con il lancio di AMP, un progetto open source che ha migliorato la navigazione e la velocità di caricamento dati sui dispositivi mobili, e l’adozione di questo standard da parte di molte testate giornalistiche è stata premiata appunto nelle SERP.

Il responsive web design era già un fattore di ranking di Google nel 2016, ma nel corso del tempo ha incrementato il suo peso. Per questo chi mette on-line un nuovo sito non può più prescindere da un’ottimizzazione che lo renda fruibile in modo piacevole e veloce anche da mobile, con una UX ad hoc per reperire agevolmente i contenuti rilevanti. Il rischio di andare on-line senza responsive web design significa oggi una retrocessione di ranking garantita.

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Query a coda lunga

Una delle evoluzioni apportate dalla linguistica computazionale nel campo nei motori di ricerca è stata quella rendere sempre più aderenti i risultati della SERP con quelli che sono i principi di semantica del linguaggio naturale. Che significa? Praticamente le vecchie ottimizzazioni SEO fatte a suon di moltiplicazioni abnormi delle keyword nei testi è stata sostituita dalla cosidetta “keyword prominence”, cioè l’uso di parole vicine semanticamente alla parola chiave scelta per il testo.

L’adozione di RankBrain da parte di Big G permette ora di valutare le chiavi di ricerca all’interno di una ricerca semantica, che non considera più solo la parola in sé ma ne individua il significato. Sempre RankBrain riesce ad elaborare con maggiore precisione le query a coda lunga che, peraltro, sono quelle che generano più traffico e più conversioni.

Facciamo un esempio: se cercate sul web “dove dormire in hotel a Praga durante Pasqua” non ci sono dubbi che siete interessati a quell’argomento, pertanto il motore di ricerca vi restituirà tutti i risultati che sono stati ottimizzati per questa long trail. Scalare la SERP a cavallo di una long trail è più semplice e inoltre ti permette di avere un traffico qualificato in ingresso.

Certificato di sicurezza

Uno schermo mostra la scritta security e un puntatore. La sicurezza dei dati è un fattore di ranking di google

Secondo SearchMetrics il 45% dei siti con il miglior piazzamento su Google usa il protocollo sicuro HTTPS. Anche Mountain View ha confermato che il protocollo di sicurezza è ormai un fattore di ranking.

A differenza del vetusto protocollo HTTP, il certificato SSL garantisce infatti che tutte le comunicazioni in entrata e in uscita dal sito web siano criptate. L’affidabilità e la sicurezza sono diventate perciò elementi determinanti per scalare la SERP, oltre che per metterti al sicuro da cyber-attacchi.

 

Quali le previsioni per il futuro?

Una sfera di cristallo per predire il futuro poggiata su una base di legno

Se l’obiettivo dei motori di ricerca è quello di restituire dei risultati soddisfacenti alle richieste degli utenti, non è difficile immaginare l’evoluzione che avrà Google, soprattutto nell’implementazione di strumenti di IA e linguaggio naturale.

Perfezionare i risultati di ricerca adattandosi alle query vocali, alle abitudini di navigazione, alla geolocalizzazione sono solo alcuni dei possibili scenari in atto. Oppure creare una sempre maggiore integrazione dell’algoritmo di Google con quelle che sono le nostre attività sui social.

Sappiamo intanto già che tutto ciò che costituisce un ostacolo o un disagio nella navigazione diventerà sempre di più elemento penalizzante secondo i nuovi fattori di ranking di Google. Banner pubblicitari invasivi, un’affiliate marketing selvaggio, testi che disattendono i titoli, anchor text non pertinenti sono tutti elementi che già nel 2017 hanno fatto declassare moltissimi siti.

Quali sono, invece, secondo voi i fattori che potrebbero diventare determinanti in futuro?