A cosa destinare la gran parte del budget a disposizione per il marketing?

marketing laptop

Tra le risposte possibili alla domanda posta nel titolo ce n’è una che supera ormai le altre per distacco: ai contenuti di valore. A dirlo sono i dati di tutte le ultime rilevazioni sul tema. La creazione di contenuti è diventato negli ultimi anni di gran lunga l’obiettivo principale per chi si occupa professionalmente di strategie di marketing in tutto il mondo.

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Meglio postare in un blog o pubblicare su Facebook per un brand?

blog

Aggiornare una pagina business di Facebook e curare un blog aziendale, a prima vista, sono cose molto diverse. Le aziende possono avere successo facendo solo l’una o anche l’altra cosa, ma la maggior parte di loro si afferma e resta in alto facendole entrambe. Tuttavia, la domanda del titolo resta in piedi. Cerchiamo di non lasciarla inevasa spiegando e argomentando il più possibile perché secondo noi al blog, se hai un’azienda, non puoi proprio rinunciare, anche se puoi contare su una pagina Facebook di successo.

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Che cosa significa il nuovo algoritmo di Facebook per il digital marketing

algoritmo di Facebook

Ha fatto molto discutere nel mondo del digital marketing il recente annuncio di Zuckerberg di un nuovo algoritmo di Facebook che privilegerà i post degli amici rispetto a quelli delle pagine di business e informazione. Appare evidente che si tratti di un passo deciso verso il pay-to-play, cioè non solo un modo di dare maggiore visibilità ai contenuti migliori, quelli più ‘sociali’ per intenderci, e che generano più interazioni, ma una strategia volta a forzare le pagine editoriali e dei brand a investire più denaro in cambio di maggiore visibilità.

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Influencer marketing: 5 trend da conoscere e qualche dritta per il 2018

influencer marketing

L’influencer marketing è sempre più popolare nel mondo e, tra nuovi trend, qualche conferma e alcune insidie per i marketer meno avveduti, continuerà a crescere anche nel 2018.

Le ragioni di questo successo sono molteplici, ma le principali sono certamente la versatilità delle campagne (questo tipo di marketing funziona per ogni azienda in qualunque settore) e la natura non invasiva dei messaggi.

Ecco cosa aspettarsi nel corso del prossimo anno a livello di nuove tendenze. Adeguarsi in fretta e con qualche accorgimento può fare la differenza per una strategia vincente di influencer marketing.

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Il futuro prossimo dei contenuti: le performance prima di tutto

contenuti

Creare una migliore esperienza per il cliente: su questo obiettivo complessivo dovrebbero essere focalizzati tutti i contenuti dei brand. E combinando SEO e content marketing, engagement, hyperlocal, ricerca vocale e machine learning, il risultato può essere raggiunto con maggiore facilità e velocità, oggi e ancor di più nei prossimi anni.

Adattandosi al modo in cui le persone ricercano e ‘consumano’ i contenuti, è più agevole anticipare le tendenze e fornire i contenuti di cui il pubblico ha bisogno, nel modo in cui ne ha bisogno, e arrivare prima della concorrenza.

Il content marketing da solo non basta più. I brand hanno bisogno di rientrare degli investimenti in tempi più rapidi. A confermarlo è un sondaggio tra 252 responsabili marketing di aziende presenti nella lista Fortune 500 (classifica delle maggiori società statunitensi), condotto da BrightEdge.

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Content marketing vs pubblicità: vince il primo e continua a crescere [ricerca PQ Media]

content marketing

Che il content marketing stia conquistando un posto di assouto rilievo nelle strategie di comunicazione e promozione delle aziende è un fatto acquisito e incontrovertibile, così come è ormai dimostrato da diverse rilevazioni che abbia superato la pubblicità tradizionale in termini di ricavi. E le previsioni lo vedono ancora in forte ascesa.

Una delle ultime ricerche in proposito è la Global Content Marketing Forecast 2017, a cura di PQ Media e pubblicata su MarketingCharts lo scorso agosto, che prevede ricavi in crescita a livello globale di oltre il 14% fino al 2021. La rilevazione è stata condotta su aziende specializzate nella creazione di contenuti (sono escluse le attività gestite internamente dai brand e le attività di Digital PR esterne).

Il 2016 ha visto salire i ricavi del content marketing nel mondo del 14,4%, tasso simile nel 2017 che porterà i ricavi totali a fine anno a 28 miliardi di dollari, con una proiezione di crescita del 14,6% che farebbe raggiungere i 32,1 miliardi nel 2018. E tale tasso dovrebbe mantenersi  costante per gli anni successivi, fino al 2021 appunto. Questo livello d’incremento pone la resa dei contenuti ben al di sopra di quella pubblicitaria, stimata in circa il 5% all’anno nel medesimo periodo.

Nella ricerca PQ Media il content marketing viene definito come una piattaforma di marketing alternativa che si rivolge a un pubblico specifico con contenuti correlati agli interessi, alle convinzioni e alle esigenze del target. Si differenzia dal product placement, un canale di intrattenimento di marca, in quanto i messaggi di marketing dei contenuti sono sponsorizzati esclusivamente dai marchi in un prodotto stand-alone, mentre il product placement è incorporato in contenuti esistenti, come i programmi TV che dovrebbero essere prodotti indipendentemente da eventuali posizionamenti a pagamento “.

Dimensioni del mercato

La proiezione dei ricavi da content marketing si basa su un’analisi dei ricavi puri; in altre parole, i ricavi generati da società specializzate nel content marketing (come dicevamo sopra) lavorando su campagne commissionate loro dai brand.

Considerate le proiezioni, entro la fine di quest’anno, si prevede che i ricavi del content marketing globale saranno più che raddoppiati rispetto al 2011 ($ 15,2 miliardi). Se si considera anche che nel valutare le dimensioni del mercato è stata esclusa la spesa interna dei brand (come i costi di produzione e distribuzione), si capisce come, includendola, ci troveremmo di fronte a un mercato più vasto. Se poi si considerasse il content marketing sviluppato da altre piattaforme, come le aziende di pubbliche relazioni, arriveremmo a dimensioni ancora maggiori.

Canali principali del content marketing

Il rapporto offre ulteriori approfondimenti sui canali in cui il content marketing viene maggiormente utilizzato, soffermandosi sui più grandi e in più rapida crescita, alcuni dei quali sono evidenziati di seguito:

1. Brand press e magazine digitali sono i canali che hanno ottenuti margini di ricavo più alti nell’ultimo anno.

2. Canali digitali

Quest’ultimo ambito è suddiviso in modo abbastanza uniforme tra:

– webinar e presentazioni aziendali;
– contenuti social e visual della marca;
– case study;
– contenuti per dispotivi mobili;
– app.

Nell’ultimo anno i contenuti per dispositivi mobili e le app sono cresciuti maggiormente rispetto a webinar e presentazioni.

Canali non testuali

Da non dimenticare che nelle attività di content marketing rientrano anche quei canali (on e offline) che pur non servendosi di contenuti testuali, contribuiscono a creare interesse tra gli utenti. In questo senso non si possono non considerare eventi, dvd video, branded games e tools, ecc.

Lo scorso anno, gli eventi sponsorizzati hanno fatto registrare quasi la metà dei ricavi tra i contenuti non testuali, ma i ricavi sono aumentati più rapidamente per i giochi e i tool brandizzati.

Gli Stati Uniti restano il più grande mercato

Gli Stati Uniti sono il più grande mercato pubblicitario al mondo, e sono saldamente in testa anche nel mercato del content marketing, seguiti dalla Germania. A completare il quintetto di testa ci sono Giappone, Regno Unito e Francia. L’Italia resta attardata, ma qualcosa si muove…

Mentre a livello di tassi di crescita lo scorso anno erano Corea del Sud, Brasile, Argentina, Canada e Cina, a guidare il plotone, con gli Stati Uniti abbastanza indietro, in sedicesima posizione.

Quando l’economia della fiducia sorpassa la SEO

Economia della fiducia nello sport. Due alpinisti si aiutano nella salita su una montagna

Immaginatevi la scena in cui un padre dice al figlio: “un tempo qui era tutto content marketing”, riferendosi alla fine degli anni ’10 di questo secolo.

Alla fine dei conti in questo decennio il trend ormai è chiaro e definito: i contenuti sono diventati il principale strumento di attrazione per moltissime aziende.

Se ci guardiamo indietro, capiamo che questo sviluppo non è frutto soltanto di una moda che si è imposta insieme con la nascita dei blog, e neanche frutto di un mero calcolo di SEO, quanto piuttosto una necessità alimentata dalla nascita dell’economia della fiducia. 

Già un paio d’anni fa, un’agenzia di comunicazione statunitense, la Ciceron, aveva elaborato in modo piuttosto sintetico i benefici dell’adozione di strategie di content marketing:

  • il 92% delle aziende che aggiornano costantemente il proprio blog acquisiscono in media un nuovo visitatore (e potenziale cliente) al giorno;
  • il 78% dei consumatori crede che le organizzazioni che producono contenuti diretti a loro vogliano instaurare una relazione;
  • il 60% dei consumatori assume un orientamento più positivo verso un azienda dopo aver letto dei contenuti per la clientela sul suo sito;
  • l’80% di coloro che prendono decisioni di acquisto preferisce ottenere informazioni da una serie di articoli più che dalla pubblicità;
  • il contenuto interessante è una delle tre ragioni principali per cui si segue un brand sui social media.

Una lavagna su cui sono segnati gli elementi del marketing online

Branded content ed economia della fiducia

Favorire e migliorare la SEO e la search in generale è l’argomento principale che ogni agenzia di content marketing tira fuori dalla propria faretra. Ma se fosse così, ci troveremo di fronte ad aziende che scrivono solo per nutrire BIG G.

La faccenda è più complessa. La prima parola da tenere a mente quando parliamo di creazione di content è “brand trust”.

Marchi grandi e piccoli combattono ogni giorno per assicurarsi l’unica cosa che davvero conta – più delle conversioni e forse anche più delle vendite – la fiducia nella marca.

L’economia della fiducia, insieme all’economia dell’attenzione, è uno dei fattori non monetari su cui ruoterà il nostro sistema produttivo.

Facci caso: non esiste più un solo acquisto on-line (o off-line) che non sia preceduto da una ricerca su Google relativa a recensioni e feedback. Ristoranti, scarpe, corsi di formazione, medici di famiglia, banche… qualsiasi bene o servizio ha le sue piattaforme in cui è recensito e messo ai voti.

Una “vecchia” e nota ricerca Nielsen del 2013 tracciava una classifica delle fonti ritenute più attendibili da parte dei consumatori: sito brand, recensioni degli utenti e contenuti editoriali erano già le forme di advertising a cui gli utenti davano maggior fiducia. Questo è il perimetro di preferenza in cui i brand possono costruire e far crescere la fiducia degli utenti attraverso il content marketing.

Il sito del brand non può più gestire un soliloquio attraverso una pagina statica, ma dovrà necessariamente dialogare con il suo pubblico, fornendo argomenti validi per sostenere la reputazione del suo nome e dei suoi prodotti.

Per il sito aziendale dunque l’attività più efficace per sostenere la “brand trust” è senza dubbio la creazione e la diffusione di contenuti originali. La produzione di contenuti propri rilevanti per l’audience di riferimento è il modo migliore per parlare con il target.

Una esposizione costante dei clienti a messaggi rilevanti e di qualità da parte dello stesso brand favorirà l’abbinamento del brand ad un’emozione positiva, e infine favorirà la costruzione di fiducia nella marca.

Non c’è content senza marketing

Una strategia di content marketing si avvale sicuramente di un grande investimento in termini di tempo, perché contenuti di qualità richiedono studio e dedizione. Ma se paragonati alle vecchie forme di marketing, i costi sono decisamente più bassi.

HubSpot.com, impresa fornitrice di strumenti di web marketing, scoprì che nel 2015 il content marketing aveva generato il triplo di lead rispetto alle strategie tradizionali, costando però il 62% in meno.

Questo non significa, però, che bisogna lesinare sui mezzi di diffusione dei contenuti. Le vecchie regole del marketing non sono andate del tutto in soffitta: è necessario dapprima creare un messaggio potente basato sulle richieste e gli umori del pubblico. Ma poi bisogna portare questo messaggio davanti a migliaia persone, di solito attraverso paid media.

Quello che rappresenta il marketing di contenuti è uno spostamento nella forma del messaggio e nella modalità con cui questo raggiunge il pubblico.

Siamo tutti concordi nel sostenere che i vecchi modelli di pubblicità hard-selling vadano sostituiti con articoli preziosi o divertenti, video e infografiche. Ma se vuoi raggiungere veramente tanta gente, se vuoi generare rapidamente conversioni, devi spostare quello che un tempo era l’investimento in spot tv e dirottarlo su un social-paid digitale, su native advertising o su piattaforme integrate di performance marketing.

Come il content sostiene l’engagement

Quando si parla di social media e contenuti emerge spesso l’associazione tra l’uso dei canali Facebook, Twitter etc, la diffusione del contenuto e l’engagement.

Ti sarà capitato di vedere pagine aziendali con fanbase importante, che però non riescono ad innescare buoni livelli di engagement a livello dei singoli post. Mentre invece altre pagine, anche con un numero inferiore di fan, riescono a sviluppare buoni livelli di interazione. A fare la differenza sono i contenuti.

Non importa dove siano ospitati: che si tratti del blog aziendale, di canale di Youtube, di un sito partner o indipendente. Ciò che importa è che ogni contenuto sia di qualità, rilevante ed interessante.

I contenuti potranno quindi essere rilanciati sulla pagina Facebook, dove gli utenti potranno apprezzarne la qualità, e lo manifesteranno con l’aumento delle interazioni. E di conseguenza, aumenterà anche la fiducia percepita e l’autorevolezza del brand.

Misteri e metafore. La pre-suasione nel Content Marketing

Un soldato dona qualcosa a dei bambini. Questa è una foto che induce alla pre-suasione, che ha molto a che fare con il content marketing

Non solo persuasione

Uno dei concetti più associati al content marketing è quello della persuasione. Ovvero io scrivo un contenuto sul mio blog e lo scopo più o meno esplicito è convincere e attirare il giusto pubblico verso il mio prodotto. Tutto corretto, ma c’è dell’altro.

È senz’altro vero che un buon copy aiuta a vendere, a patto che il contenuto non sia strutturato come un comunicato stampa o un volantino promozionale. Il potere contrattuale di un post aziendale risiede nella capacità di stare in un equilibrio sottile e precario tra utilità e persuasione.

Sono le parole, i racconti, i consigli ad esser convincenti. Su questi elementi è opportuno che ti soffermermi per consentire alla tua attività di realizzare i suoi obiettivi rendendosi visibile e attraente per una platea di persone potenzialmente interessata.

In ultima analisi, quindi, il messaggio più convincente è quello che si pone come la soluzione ad un problema individualmente e collettivamente avvertito dal pubblico. Ma il content marketing è solo persuasione?

L’arte della pre-suasione e il content marketing

Il content marketing non si basa solo sulla persuasione, perché in effetti interviene ancora prima della lettura di un testo. Per questo motivo parliamo di pre-suasione.

No, non è un refuso di battitura. È un concetto coniato di recente dal professor Robert B. Cialdini, uno dei più grandi esperti di comunicazione sociale viventi.

L’idea fondamentale della pre-suasione è che guidando l’attenzione preliminare in modo strategico, è possibile che un comunicatore indirizzi i destinatari verso un’azione con un messaggio prima ancora che possa sperimentarlo.

In sintesi, per Cialdini, un’azione pre-suasiva mira a creare le condizioni ideali per cui quello che dici (e come lo dici) risulti particolarmente efficace.

Il libro di Cialdini dedicato alla pre-suasioneCome è arrivato a questo concetto il professore? Lui stesso racconta di come una mattina si presentò alla sua porta un operatore di un’associazione locale che stava raccogliendo fondi per un’iniziativa a favore dei bambini del quartiere. Il ricercatore si sentì portato a contribuire alla causa non perché l’anziano volontario avesse particolari doti oratorie o persuasive, ma semplicemente perché teneva per mano una bambina. Probabilmente era sua figlia, ma questo non conta ai fini del racconto.

Cialdini individuava in questa situazione uno sprone emotivo che ha agito a livelo inconscio sull’empatia del donatore. Richiamando in qualche modo l’essere padre o nonno ha fatto scattare un semaforo verde che l’ha condotto a donare una cifra maggiore del solito.

Nel volume “Pre-suasione”, edito in Italia da Giunti, il ricercatore americano ha identificato un potente magnete di attenzione: il sé.

Cialdini ha fornito un esempio di questo concetto attraverso l’argomento della salute personale. Ha spiegato come i messaggi che sono auto-rilevanti e adattati al pubblico, come ad esempio la loro età o la storia della loro salute, sono quelli che hanno probabilità più alte di attirare l’attenzione e rimanere nella memoria del lettore.

Ma non c’è solo questo. Il docente ha citato anche una nota ricerca dell’Università dell’Ohio che ha dimostrato che i contenuti che includono le locuzioni “tu” e “tuo” portano ad un atteggiamento più positivo su un prodotto o a catturare una prima attenzione.

Chiaramente esisteranno sempre lettori più affascinati dai dati, dalle fonti e dalle argomentazioni. Tuttavia un buon copy che trasmette empatia, contatto diretto io-tu, emozione, è quello che verrà ricordato quando le cifre si faranno meno nitide nella memoria.

Che hanno in comune Game of Thrones e IKEA?

Un’altra porta affine alla pre-suasione è il mistero, la curiosità, ma sempre in chiave empatica. Accompagnare un concetto, un contenuto con una storia sospesa garantisce a quel concetto/contenuto maggiori probabilità di essere letto dalla prima all’ultima riga. E questo nel web si traduce in termini di permanenza sulla pagina e frequenze di rimbalzo più basse.

Come diceva Thomas Mann, il mistero dà fuoco e tensione a ogni nostra parola. Il desiderio umano è quello di chiudere un cerchio che sembra aperto, giungere alla conclusione per dargli un significato.

Immagine promozionale di Game of Thrones, con uno dei protagonisti seduto sul trono di spade

Vogliamo conoscere la fine delle vicende di Game of Thrones, per citare un esempio, e per farlo siamo disposti a seguire le peripezie di ogni singola casata attraverso sette stagioni di programmazione televisiva. La stessa cosa può fare un copy conducendo per mano il lettore attraverso sette paragrafi di un post.

Ma per creare un alone di mistero e coinvolgimento non serve essere prolissi e neanche far leva su racconti epici, bastano anche poche righe su una semplicissima colazione.

Non so se hai mai fatto caso ai cataloghi IKEA. Molti articoli sono accompagnati da uno storytelling molto equilibrato ma di sicuro impatto. Un piccolo tavolo da giardino porta con se questo incipit: “Quando i figli crescono e si trasferiscono, si presenta l’opportunità di riscoprirsi e reinventare il modo di stare insieme.” E poi la storia continua.

La pre-suasione ci predispone l’animo a non vedere soltanto un tavolo da giardino, ma ci proietta in un racconto fatto di colazioni per due persone che tornano a vivere una nuova gioventù nel momento in cui ri-scoprono il piacere di essere coppia. Non vendono più soltanto un tavolino, ma l’idea di vita quotidiana che ci sta dietro.

La soluzione al mistero chiaramente arriva alla fine, ma come nelle favole dovete star attenti a seminare spie narrative e indizi che possano invogliare il lettore già nelle prime battute a dire “forse vuole arrivare a questo”, salvo poi magari sparigliare le carte e dare un finale inatteso.

Il potere delle metafore

Di recente ho osservato da vicino la promozione di eventi brandizzati da birra Corona. La celebre birra messicana ha fatto ricorso alla metafora del tramonto. Le feste targate CoronaSunsets organizzate in tutto il globo si caratterizzano per un’associazione bi-direzionale tra ora del crepuscolo e consumo di birra Corona (meglio se in compagnia e in spiaggia). “Sunset indica l’ora del tramonto, il momento migliore della giornata per gustarsi Corona in compagnia dei propri amici” recita il messaggio sul sito del brand.

Se fai un salto sui canali social di birra Corona noterai come il tramonto è l’elemento più ricorrente, così come il giallo è il tono dominante. A un certo punto non si sa più se è la birra a far sovvenire l’idea di tramonto, oppure se è il tramonto a far venir voglia di una bottiglia di Corona e lime. Il mare, il sole calante, la giusta compagnia diventano come la bambina che teneva per mano il volontario che ha bussato alla porta di Cialdini: creano una ricettività particolare per il consumo.

Ovviamente questa associazione così forte si accompagna anche al rovescio della medaglia. In inverno è molto più difficile usare la metafora del tramonto al mare.

Attenti però alle metafore facili o ancora peggio sensibili, come messaggi politici. La scelta di Pepsi di cavalcare le istanze del movimento Black Lives Matter, nato per contrastare il razzismo e la violenza contro gli afro-americani, solo per pubblicizzare la propria bevanda è stato un boomerang senza precedenti. Invece di porre le condizioni pre-suasive per un messaggio inclusivo ha creato invece una banalizzazione.

Ho portato questo esempio per dire che esiste un equilibrio e un buon senso anche nella presuasione oltre che nella persuasione. Forzare i limiti della ricettività potenziale del tuo interlocutore o delle metafore ti rende solo fastidioso come una citofonata alle nove di domenica mattina.

La formidabile trollata delle focaccine dell’Esselunga

Alcune focaccine dell'Esselunga

Fenomenologia delle focaccine dell’Esselunga

I tormentoni non fanno quasi più notizia in estate. Tutti tranne uno : “Le focaccine dell’Esselunga”. Roba che rompe gli schemi ed è abbastanza sorprendente sotto molti aspetti.

Il pezzo si è propagato come un virus attraverso Spotify e Youtube, arrivando al punto da destare l’attenzione anche dei quotidiani. Non si sa assolutamente niente di OEL, il producer che ha confezionato questo surreale tributo all’unto e al gusto del famoso prodotto da forno.

La notizia in sé è nata quando il pezzo ha scalato la Top Viral Italia, la playlist dove Spotify raduna i brani a diffusione più rapida (non necessariamente i più ascoltati in streaming). OEL, con le sue focaccine da 100 kcal al pezzo, è balzato alla posizione numero uno nei giorni a cavallo tra fine giugno e inizio luglio.

Ma cos’ha di particolare questa canzone? Diciamo subito che si tratta di una rievocazione della Trap (sottogenere del rap) in voga negli anni Novanta. In questa nicchia l’uso smodato di auto-tune e basse frequenze era messo al servizio di testi con scenari di malavita, ghetti, droga, sesso e altre amenità.

A questo giro il misterioso OEL sovverte completamente i dettami del genere, e inizia una narrazione domestica: un giorno la mamma rientra in casa, ha qualcosa di strano con sé e… no, non è un panetto di cocaina, bensì le famigerate focaccine dell’Esselunga. Da li è un crescendo di complimenti, ai limiti del grottesco, alla merenda preferita del producer.

“Unte il giusto, che ti facciano sentire il gusto”

Per quale motivo noi, che ci occupiamo di content marketing, siamo così attratti da questa canzone (che comunque è anche più interessante dei vari Fedez & co.)?

Il fenomeno virale ha catturato la nostra attenzione fondamentalmente per due ragioni. La prima è che l’identità misteriosa del rapper OEL sta facendo nascere tutta una serie di congetture. 

C’è chi dice che sia coinvolto qualcuno di RadioDeejay, e in particolare del team di “Ciao Belli”. Infatti in questo periodo il format sta trasmettendo il pezzo piuttosto spesso, anche con la scusa di creare alcune gag.

Secondo altri, invece, dietro ci sarebbe la mano del talent scout Claudio Cecchetto: Oel, infatti, sarebbe l’anagramma di Leo, suo figlio.

Tuttavia potrebbe benissimo trattarsi di un’operazione nata dalla mente brillante di qualche agenzia pubblicitaria per conto di Esselunga stessa.

Già Sammontana ha cavalcato quest’estate 2017 con un video ai limiti del surrealismo più allucinato, parodiando la versione più conosciuta del suo celebre spot: “Partiamo, non partiamo, se mi fai una ricarica prenotiamo. Tienimi stretta estate, tienimi tra i fagiani”.

Se considerate il livello di esposizione (peraltro positiva e divertente) che il marchio GDO sta avendo in questo momento su un prodotto esclusivamente suo, vien difficile pensare che l’azienda sia totalmente estranea a questa diffusione virale.

 

“Oggi vi racconto una storia vera”

La seconda motivazione che ci ha spinto a parlare di questo fenomeno risiede nelle storture dell’industria musicale, in particolare come possa essere creato dal nulla un caso discografico anche se non corrisponde ad un trend di vendita di musica su supporti fisici o digitali.

In apertura vi avevamo accennato che “Le focaccine dell’Esselunga” devono la loro esposizione alle playlist redatte da Spotify. «Le Viral 50 vengono aggiornate ogni settimana con i brani più trendy e più condivisi in Italia», riporta il servizio di streaming musicale.

Ma condivisi da chi? E chi decide cosa è trendy? Questo non è dato saperlo. Insomma Spotify stessa può mettere pesantemente le mani sulle proprie playlist, dettando cosa merita più o meno esposizione, a scapito di quelli che erano un tempo gli strumenti più certi per decretare il successo di un singolo o un disco: le vendite.

Da poco tempo FIMI, la Federazione delle industrie musicali, ha deciso di introdurre lo streaming digitale nel conteggio per le vendite e le certificazioni degli album e dei singoli. Le classifiche, però, rischiano così di diventare un mero strumento di promozione per creare il “fenomeno” a suon di click gratuiti sul pezzo, facendoli concorrere quasi alla pari con chi compra la musica.

Senza contare che esistono dei mezzi fraudolenti per “dopare” i numeri di ascolto su Youtube o gli acquisti su Itunes, e poter poi bussare alle porte delle riviste di settore o dei quotidiani gridando al nuovo caso discografico (che però ha venduto pochissime copie fisiche).

Per quanto OEL mi stia simpaticissimo e abbia voglia pure di sostituire i gelati con le focaccine dell’Esselunga, credo che questa storia dimostri che ci sono delle crepe evidenti nell’industria musicale. Da marketers possiamo notare come certi varchi possano essere sfruttati anche da brand che decidono di far comparire i loro prodotti all’interno dei video-clip dei tormentoni di turno (“Mi fa volare” di Rovazzi feat. Gianni Morandi o “Riccione” dei Thegiornalisti sono esempi da manuale).

Nessun giudizio di valore quindi, solo una presa di consapevolezza sul fatto che il content stia diventando un tutt’uno con l’influencer marketing, soprattutto quando parliamo di musica. Al punto tale che oggi ci interroghiamo se un pezzo sia una canzone disimpegnata o una formidabile trollata di Esselunga.

Come entrare nel food blogging club e avere il ristorante pieno

Un piatto bianco con alcuni gamberetti ideale per fare content marketing nella ristorazione

A cosa serve il content marketing nella ristorazione?

Il content marketing nella ristorazione ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, parallelamente con l’esplosione delle strategie di content marketing in altri settori. Non si contano più i blog, che aumentano ogni giorno, dedicati ai piaceri del palato. Talvolta sono curati da semplici appassionati, ma sono sempre di più i singoli locali o le catene di ristoranti che investono risorse su questo strumento di comunicazione.

Il trend sicuramente segue una maggiore attenzione verso il Made in Italy, soprattutto nei settori di punta come l’agro-alimentare e la ristorazione.

Foto di un ristorante all'aperto a Polignano a Mare
Grotta Palazzese a Polignano a Mare (foto dal sito web del ristorante)

Federalimentare ha stimato infatti per l’anno in corso un fatturato complessivo di 134 miliardi di euro (nel 2016 erano 132 mld), con un incremento delle esportazioni del +5%, pari a 31,6 miliardi di euro (erano 30,1 nel 2016). Per quanto riguarda la ristorazione (anche quella mobile) ci aggiriamo attorno a 168mila realtà aziendali, soltanto in Italia.

Numeri importanti per fatturato e realtà coinvolte, dietro i quali si celano però ancora tante arretratezze digitali, e un ritardo sostanziale di circa dieci anni rispetto a quello che sta facendo il settore alberghiero. In questo quadro sono già emerse per fortuna anche alcune sensibilità più aperte e innovative lato promozione e marketing. 

Un numero sempre maggiore di locali sta investendo budget importanti in web agency per la creazione di siti, in social media management, ma anche in content marketing per la ristorazione. Si tratta di strategie che, se ben orchestrate, possono far accelerare il tuo business legato all’enogastronomia e arrivare ad un pubblico che ti stimerà ancor prima di metter piede nel tuo locale.

Ma, come in altri settori, nel “food” non si può improvvisare, e si deve coltivare un’attenzione quasi maniacale per la qualità e i dettagli.

Se sei il titolare di un ristorante, un’enoteca, o magari hai fondato una startup legata al food, e vuoi occuparti in prima persona della scelta e della creazione dei contenuti per il tuo sito, hai davanti a te un’attività sicuramente entusiasmante, ma non semplice. Oggi vogliamo darti qualche piccolo consiglio sulla gestione della linea editoriale.

Prima regola del food blogging club: non c’è una regola

Sembra strano, ma non esistono regole standard valide per ogni food blogger. Ognuno dovrebbe, in qualche modo, prendere consapevolezza delle sue specialità e investire su quelle. Se hai una predilezione per le ricette, per spiegare tutti i passaggi meno conosciuti nella preparazione di alcuni piatti, parti da quello!

Peraltro la scelta di pubblicare una ricetta mette il tuo cliente potenziale nelle condizioni di sapere quali materie prime usi nel tuo ristorante, quanto tempo impieghi nella preparazione, quanta difficoltà c’è in determinati passaggi. Magari tenterà di rifarlo a casa propria, ma gli verrà la curiosità di venire ad assaggiare la tua versione. Anche solo per comparare il risultato.

Un foto da food blogging nella ristorazione con gamberetti su un piatto bianco

Anche Mulino Bianco rende le note le ricette dei suoi biscotti. Potenzialmente chiunque potrebbe rifarli, ma in realtà poi sono in pochi ad avere il tempo e l’intraprendenza di farlo. In realtà il messaggio che lancia la Barilla con questa operazione è più sottile: “realizziamo prodotti genuini, che potresti fare in casa persino tu”.

Insomma pubblicare le ricette è utile, perché il tuo brand viaggia con quei piatti, perché dai un’immagine di autorevolezza e anche di trasparenza. E il cliente comunque, prima o poi, verrà da te a gustare la tua versione.

Oltre alle ricette c’è la possibilità di creare post di utilità più generale. La creazione di un menù a tema, gli abbinamenti tra vini e piatti, approfondimenti su specialità stagionali: tutte queste varianti di piano editoriale contribuiscono a dare lunga vita (e “condivisibilità”) ai vostri articoli.

Dietro il ring. La storia delle materie prime

Se usi il tuo blog per parlare delle risorse a cui attingi per la tua cucina parli indirettamente anche della tua mission, della tua filosofia.

Se dietro le tue ricette si celano dei prodotti a kilometri zero, prodotti che sono legati al territorio, è il momento di investire anche sui tuoi fornitori. Invitali a scrivere un guest post sul tuo sito, oppure fai tu stesso un approfondimento, magari con un’attenzione particolare alle storie che ci sono dietro un singolo uovo di gallina, un formaggio o un vino.

Devi mettere in luce i motivi per cui hai scelto loro e non altri, che vantaggi ti hanno dato nel tuo lavoro quotidiano, che tipo di resa qualitativa hanno. Crea soprattutto un link con il territorio in cui vivi, rendendo immediatamente percepibile che i tuoi piatti hanno un’identità forte e affondano le loro radici in una storia collettiva più ampia.

Può sembrarti strano, ma una ricetta è una pagina di storia. Non solo la tua, ma di tutti quelli che hanno collaborato a realizzarla. Questa storia merita di essere raccontata.

Un contadino raccoglie l'uva per la vendemmia
Vendemmia 2016 presso la tenuta di Regaleali, cantine di Tasca d’Almerita. (ph Giuseppe Flavio Pagano)

Sale, pepe e… territorio!

Pensavi di cavartela con due ricette e qualche storia. E invece no! Anche il branding territoriale è parte integrante del content marketing nella ristorazione.

Sia che tu abbia un’enoteca nel Chianti sia che tu abbia un ristorante nel cuore di Catania, i tuoi luoghi sono importanti! Parlane con degli approfondimenti che siano in linea con il tuo stile di scrittura, senza copiare e incollare da Wikipedia.

Mettiti nei panni di un tuo potenziale cliente che, oltre a fermarsi a pranzo, vuole scoprire cosa c’è intorno a te. Dai suggerimenti, itinerari, e racconta anche qualche aneddoto che magari neanche Google conosce. 

E non dimenticare d’informare il tuo pubblico sulle feste o gli eventi locali, spesso sono proprio questi i pretesti che spingono qualcuno a macinare tantissimi chilometri per raggiungere la tua città o borgo.

Last but not least, riempi questi post di contributi fotografici di qualità. Aumentano l’attrattiva delle tue informazioni.

Veduta serale di Porto Venere, provincia di La Spezia
Veduta di Portovenere. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

Veniamo da lontano, andiamo lontano

Un elemento che manca spesso a molti siti di ristoranti è l’aspetto umano. Mi spiego meglio: ci sono ricette straordinariamente attraenti, ci sono focus dedicati alle materie prime e al territorio, ma poi mancano le persone… i veri protagonisti di questa storia del gusto. 

Insomma, bisogna fare una narrazione coinvolgente di quella che è la storia del locale, delle persone che vi gravitano. Quali percorsi hanno condotto ad aprire quell’attività? Quali difficoltà iniziali ci sono state? Come si è allargato il menù? Chi è entrato nel team della cucina?

Un cuoco sta preparando un piatto in una cucina

Lo storytelling applicato al food blogging è straordinariamente affascinante, soprattutto se si serve anche di foto.

Spesso prima ancora di apprezzare una tua ricetta, un tuo potenziale cliente potrebbe ricordare la tua storia e i tuoi volti. Una narrazione del “capitale umano” su cui è stato fondato il locale crea fiducia, ma anche una proiezione verso il futuro. Non darai così l’impressione di essere venuto fuori dal nulla, ma di aver molto da dire per questi tempi e per quelli che verranno.

O qualità o morte!

Sì, forse ho esagerato con questa semi-citazione risorgimentale. Però la questione è di fondamentale importanza, e determina nel lungo periodo la riuscita o meno della tua strategia di content marketing nella ristorazione.

Magari investi ingenti quantità di tempo ed energie nel creare contenuti, magari sono anche contenuti validi, scritti con tutte le regole fondamentali per essere trovati su Google. Però poi ci sono foto scattate con il cellulare in allegato ai post.

Sono cose che fanno piangere il cuore.

Il problema non sono i cellulari ovviamente, perché quelli di fascia alta se abbinati a una buona post-produzione possono sicuramente offrire risultati un tempo impensabili con budget bassi. Il nodo della questione è che occorre avere una cultura dell’immagine che valorizzi i vostri piatti, con un’attenzione alla luce e all’ambientazione che un principiante non può avere. Per questo le soluzioni self-made o del “miocuggino” con la reflex fanno precipitare la qualità percepita del tuo impegno nel food blogging.

Una ragazza mangia un piatto di cacciucco livornese
Un piatto di cacciucco del ristorante “La buca”, Pisa. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

Vale perciò la pena investire un po’ di budget in tutto il comparto visual affidandosi a dei professionisti. È possibile anche confezionare qualche video di tanto in tanto, magari per destinarlo ai canali social, mettendoci la faccia in prima persona e rendendo immediatamente fruibile una ricetta.

Anche qui non sono necessari bugdet esorbitanti, come quelli di realizzazione di uno spot vero e proprio: basta un intervento che preveda una camera fissa, un minimo di montaggio, buone luci e buon audio. Questi contenuti sono quelli che creano più facilmente interazione con il pubblico e diventano ottimi ambasciatori del vostro brand.

Perché insisto sul visual? Perché i contenuti visivi sanno raccontare le cose come nient’altro al mondo, dandoci la possibilità di capire immediatamente cosa ci troviamo davanti e di esplorarlo, senza che la parola scritta ci guidi in un percorso predeterminato.

Attraverso gli occhi, nel nostro cervello si innescano liberamente rapidamente emozioni, ricordi, sensazioni, intuizioni che la parola scritta in un certo senso irregimenta in percorsi forzati. Nel settore del food blogging tutto questo è ancora più vero, perché nulla coinvolge i sensi e le emozioni come il cibo.

Dietro il ring. La storia delle materie prime

Se usi il tuo blog per parlare delle risorse a cui attingi per la tua cucina parli indirettamente anche della tua mission, della tua filosofia.

Se dietro le tue ricette si celano dei prodotti a kilometri zero, prodotti che sono legati al territorio, è il momento di investire anche sui tuoi fornitori. Invitali a scrivere un guest post sul tuo sito, oppure fai tu stesso un approfondimento, magari con un’attenzione particolare alle storie che ci sono dietro un singolo uovo di gallina, un formaggio o un vino.

Devi mettere in luce i motivi per cui hai scelto loro e non altri, che vantaggi ti hanno dato nel tuo lavoro quotidiano, che tipo di resa qualitativa hanno. Crea soprattutto un link con il territorio in cui vivi, rendendo immediatamente percepibile che i tuoi piatti hanno un’identità forte e affondano le loro radici in una storia collettiva più ampia.

Può sembrarti strano, ma una ricetta è una pagina di storia. Non solo la tua, ma di tutti quelli che hanno collaborato a realizzarla. Questa storia merita di essere raccontata.

 

Un contadino raccoglie l'uva per la vendemmia
Vendemmia 2016 presso la tenuta di Regaleali, cantine di Tasca d’Almerita. (ph Giuseppe Flavio Pagano)

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Sale, pepe e… territorio!

Pensavi di cavartela con due ricette e qualche storia. E invece no! Anche il branding territoriale è parte integrante del content marketing nella ristorazione.

Sia che tu abbia un’enoteca nel Chianti sia che tu abbia un ristorante nel cuore di Catania, i tuoi luoghi sono importanti! Parlane con degli approfondimenti che siano in linea con il tuo stile di scrittura, senza copiare e incollare da Wikipedia.

Mettiti nei panni di un tuo potenziale cliente che, oltre a fermarsi a pranzo, vuole scoprire cosa c’è intorno a te. Dai suggerimenti, itinerari, e racconta anche qualche aneddoto che magari neanche Google conosce. 

E non dimenticare d’informare il tuo pubblico sulle feste o gli eventi locali, spesso sono proprio questi i pretesti che spingono qualcuno a macinare tantissimi chilometri per raggiungere la tua città o borgo.

Last but not least, riempi questi post di contributi fotografici di qualità. Aumentano l’attrattiva delle tue informazioni.

Veduta serale di Porto Venere, provincia di La Spezia
Veduta di Portovenere. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

 

Veniamo da lontano, andiamo lontano

Un elemento che manca spesso a molti siti di ristoranti è l’aspetto umano. Mi spiego meglio: ci sono ricette straordinariamente attraenti, ci sono focus dedicati alle materie prime e al territorio, ma poi mancano le persone… i veri protagonisti di questa storia del gusto. 

Insomma, bisogna fare una narrazione coinvolgente di quella che è la storia del locale, delle persone che vi gravitano. Quali percorsi hanno condotto ad aprire quell’attività? Quali difficoltà iniziali ci sono state? Come si è allargato il menù? Chi è entrato nel team della cucina?

 

Un cuoco sta preparando un piatto in una cucina

 

Lo storytelling applicato al food blogging è straordinariamente affascinante, soprattutto se si serve anche di foto.

Spesso prima ancora di apprezzare una tua ricetta, un tuo potenziale cliente potrebbe ricordare la tua storia e i tuoi volti. Una narrazione del “capitale umano” su cui è stato fondato il locale crea fiducia, ma anche una proiezione verso il futuro. Non darai così l’impressione di essere venuto fuori dal nulla, ma di aver molto da dire per questi tempi e per quelli che verranno.

 

O qualità o morte!

Sì, forse ho esagerato con questa semi-citazione risorgimentale. Però la questione è di fondamentale importanza, e determina nel lungo periodo la riuscita o meno della tua strategia di content marketing nella ristorazione.

Magari investi ingenti quantità di tempo ed energie nel creare contenuti, magari sono anche contenuti validi, scritti con tutte le regole fondamentali per essere trovati su Google. Però poi ci sono foto scattate con il cellulare in allegato ai post.

Sono cose che fanno piangere il cuore.

Il problema non sono i cellulari ovviamente, perché quelli di fascia alta se abbinati a una buona post-produzione possono sicuramente offrire risultati un tempo impensabili con budget bassi. Il nodo della questione è che occorre avere una cultura dell’immagine che valorizzi i vostri piatti, con un’attenzione alla luce e all’ambientazione che un principiante non può avere. Per questo le soluzioni self-made o del “miocuggino” con la reflex fanno precipitare la qualità percepita del tuo impegno nel food blogging.

 

Una ragazza mangia un piatto di cacciucco livornese
Un piatto di cacciucco del ristorante “La buca”, Pisa. (ph. Giuseppe Flavio Pagano)

 

Vale perciò la pena investire un po’ di budget in tutto il comparto visual affidandosi a dei professionisti. È possibile anche confezionare qualche video di tanto in tanto, magari per destinarlo ai canali social, mettendoci la faccia in prima persona e rendendo immediatamente fruibile una ricetta.

Anche qui non sono necessari bugdet esorbitanti, come quelli di realizzazione di uno spot vero e proprio: basta un intervento che preveda una camera fissa, un minimo di montaggio, buone luci e buon audio. Questi contenuti sono quelli che creano più facilmente interazione con il pubblico e diventano ottimi ambasciatori del vostro brand.

Perché insisto sul visual? Perché i contenuti visivi sanno raccontare le cose come nient’altro al mondo, dandoci la possibilità di capire immediatamente cosa ci troviamo davanti e di esplorarlo, senza che la parola scritta ci guidi in un percorso predeterminato.

Attraverso gli occhi, nel nostro cervello si innescano liberamente rapidamente emozioni, ricordi, sensazioni, intuizioni che la parola scritta in un certo senso irregimenta in percorsi forzati. Nel settore del food blogging tutto questo è ancora più vero, perché nulla coinvolge i sensi e le emozioni come il cibo.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]