La formidabile trollata delle focaccine dell’Esselunga

Alcune focaccine dell'Esselunga

Fenomenologia delle focaccine dell’Esselunga

I tormentoni non fanno quasi più notizia in estate. Tutti tranne uno : “Le focaccine dell’Esselunga”. Roba che rompe gli schemi ed è abbastanza sorprendente sotto molti aspetti.

Il pezzo si è propagato come un virus attraverso Spotify e Youtube, arrivando al punto da destare l’attenzione anche dei quotidiani. Non si sa assolutamente niente di OEL, il producer che ha confezionato questo surreale tributo all’unto e al gusto del famoso prodotto da forno.

La notizia in sé è nata quando il pezzo ha scalato la Top Viral Italia, la playlist dove Spotify raduna i brani a diffusione più rapida (non necessariamente i più ascoltati in streaming). OEL, con le sue focaccine da 100 kcal al pezzo, è balzato alla posizione numero uno nei giorni a cavallo tra fine giugno e inizio luglio.

Ma cos’ha di particolare questa canzone? Diciamo subito che si tratta di una rievocazione della Trap (sottogenere del rap) in voga negli anni Novanta. In questa nicchia l’uso smodato di auto-tune e basse frequenze era messo al servizio di testi con scenari di malavita, ghetti, droga, sesso e altre amenità.

A questo giro il misterioso OEL sovverte completamente i dettami del genere, e inizia una narrazione domestica: un giorno la mamma rientra in casa, ha qualcosa di strano con sé e… no, non è un panetto di cocaina, bensì le famigerate focaccine dell’Esselunga. Da li è un crescendo di complimenti, ai limiti del grottesco, alla merenda preferita del producer.

“Unte il giusto, che ti facciano sentire il gusto”

Per quale motivo noi, che ci occupiamo di content marketing, siamo così attratti da questa canzone (che comunque è anche più interessante dei vari Fedez & co.)?

Il fenomeno virale ha catturato la nostra attenzione fondamentalmente per due ragioni. La prima è che l’identità misteriosa del rapper OEL sta facendo nascere tutta una serie di congetture. 

C’è chi dice che sia coinvolto qualcuno di RadioDeejay, e in particolare del team di “Ciao Belli”. Infatti in questo periodo il format sta trasmettendo il pezzo piuttosto spesso, anche con la scusa di creare alcune gag.

Secondo altri, invece, dietro ci sarebbe la mano del talent scout Claudio Cecchetto: Oel, infatti, sarebbe l’anagramma di Leo, suo figlio.

Tuttavia potrebbe benissimo trattarsi di un’operazione nata dalla mente brillante di qualche agenzia pubblicitaria per conto di Esselunga stessa.

Già Sammontana ha cavalcato quest’estate 2017 con un video ai limiti del surrealismo più allucinato, parodiando la versione più conosciuta del suo celebre spot: “Partiamo, non partiamo, se mi fai una ricarica prenotiamo. Tienimi stretta estate, tienimi tra i fagiani”.

Se considerate il livello di esposizione (peraltro positiva e divertente) che il marchio GDO sta avendo in questo momento su un prodotto esclusivamente suo, vien difficile pensare che l’azienda sia totalmente estranea a questa diffusione virale.

 

“Oggi vi racconto una storia vera”

La seconda motivazione che ci ha spinto a parlare di questo fenomeno risiede nelle storture dell’industria musicale, in particolare come possa essere creato dal nulla un caso discografico anche se non corrisponde ad un trend di vendita di musica su supporti fisici o digitali.

In apertura vi avevamo accennato che “Le focaccine dell’Esselunga” devono la loro esposizione alle playlist redatte da Spotify. «Le Viral 50 vengono aggiornate ogni settimana con i brani più trendy e più condivisi in Italia», riporta il servizio di streaming musicale.

Ma condivisi da chi? E chi decide cosa è trendy? Questo non è dato saperlo. Insomma Spotify stessa può mettere pesantemente le mani sulle proprie playlist, dettando cosa merita più o meno esposizione, a scapito di quelli che erano un tempo gli strumenti più certi per decretare il successo di un singolo o un disco: le vendite.

Da poco tempo FIMI, la Federazione delle industrie musicali, ha deciso di introdurre lo streaming digitale nel conteggio per le vendite e le certificazioni degli album e dei singoli. Le classifiche, però, rischiano così di diventare un mero strumento di promozione per creare il “fenomeno” a suon di click gratuiti sul pezzo, facendoli concorrere quasi alla pari con chi compra la musica.

Senza contare che esistono dei mezzi fraudolenti per “dopare” i numeri di ascolto su Youtube o gli acquisti su Itunes, e poter poi bussare alle porte delle riviste di settore o dei quotidiani gridando al nuovo caso discografico (che però ha venduto pochissime copie fisiche).

Per quanto OEL mi stia simpaticissimo e abbia voglia pure di sostituire i gelati con le focaccine dell’Esselunga, credo che questa storia dimostri che ci sono delle crepe evidenti nell’industria musicale. Da marketers possiamo notare come certi varchi possano essere sfruttati anche da brand che decidono di far comparire i loro prodotti all’interno dei video-clip dei tormentoni di turno (“Mi fa volare” di Rovazzi feat. Gianni Morandi o “Riccione” dei Thegiornalisti sono esempi da manuale).

Nessun giudizio di valore quindi, solo una presa di consapevolezza sul fatto che il content stia diventando un tutt’uno con l’influencer marketing, soprattutto quando parliamo di musica. Al punto tale che oggi ci interroghiamo se un pezzo sia una canzone disimpegnata o una formidabile trollata di Esselunga.

Facebook Spaces e realtà aumentata: le scommesse di Zuckerberg

Due avatar si scattato un selfie all'interno di Fecabook Spaces

Vi ricordate la scena di Mark Zuckerberg che entrava nella platea gremita del Mobile World Congress di Barcellona del 2016? Tutti i giornalisti e accreditati indossavano visori Gear VR, creando un effetto che a qualcuno ha fatto sovvenire a tanti qualche distopia in stile “Black Mirror”.

Quel giorno Mr. Zuckerberg aveva annunciato che una divisione interna del colosso di Menlo Park avrebbe lavorato su una versione virtuale del social network. Adesso il prodotto di quel team è giunto a maturazione.

Il CEO direttamente dal palco della F8, la conferenza dedicata agli sviluppatori di Facebook a San Jose (California) ha annunciato il lancio di Facebook Spaces, un’applicazione per la realtà virtuale che sarà disponibile fin da subito in versione beta sull’Oculus Rift, il visore VR di Facebook. Ma le novità non finiscono qui.

Messenger, sempre più al servizio delle aziende

Nato come servizio accessorio a Facebook, soprattutto per agevolare la messaggistica e inizialmente porsi in concorrenza con Whatsapp e Skype, Messenger sta diventando sempre più una piattaforma integrata: dai pagamenti (idea rubata alla cinese WeChat), ai giochi condivisi, e infine i bot per le chat di gruppo (intuizione mutuata da Telegram).

Per gli utenti business, che accedono a Messenger soprattutto per la gestione della pagina, Facebook sta mettendo in campo Wit.ai – il suo motore per l’intelligenza artificiale – per implementare le risposte automatiche che già sono in uso da circa un anno. Le “Smart Replies” daranno indicazioni alle domande più frequenti poste dagli utenti, che spesso costringono i social media manager a rimanere attenti alle notifiche h24.

Facebook, allo stesso tempo, migliorerà anche la sezione Analytics delle pagine, sfruttando gli algoritmi di apprendimento automatico. Questo aiuterà i gestori a comprendere meglio il proprio pubblico di riferimento e i contenuti che creano maggiore interesse.

Sul versante più entertainment spicca il servizio di musica in streaming integrato nella chat di Messenger. Si parte con Spotify ma dovrebbe arrivare presto anche Apple Music.

Facebook Spaces e realtà aumentata

Un fotogramma della presentazione di Facebook SpacesA molti sicuramente ricorderà Second Life, l’universo parallelo popolato di avatar lanciato nel 2003. Solo che stavolta ci saranno i propri amici reali. Facebook Spaces, al momento disponibile solo per Oculus Rift, permetterà di vivere un’esperienza virtuale in 3D, interloquire con i propri contatti senza scrivere messaggi.

Si può accedere con il proprio avatar ed entrare in contatto con un numero massimo di 4 utenti. All’interno di questa dimensione sarà possibile anche disegnare, usare il selfie stick virtuale, fruire di video a 360 gradi e fare video chiamate su Facebook Messenger. Chi non è provvisto di Oculus VR in questo caso vedrà una versione di Facebook Spaces in 2D.

Probabilmente questa feature nasce per creare hype soprattutto tra i millenials, andando ulteriormente a scalfire il pubblico di Snapchat. A ciò si somma l’intenzione di introdurre filtri e funzionalità di realtà aumentata anche all’interno della nuova fotocamera lanciata in contemporanea con l’arrivo della funzione Storie.

La realtà virtuale adottata da Facebook Spaces non è che al grado uno delle sue vere potenzialità, infatti per vedere questo settore di sviluppo maturo dovremmo ancora aspettare dai 5 ai 10 anni.

“Abbiamo appena scalfito la superficie della tecnologia di social VR” ha dichiarato Rachel Franklin, capo del gruppo social VR. “In futuro, continueremo a trasformare il modo in cui le persone in tutto il mondo restano connesse con le loro comunità e i propri cari. Non vediamo l’ora di arrivarci”.

Vi ricordate la scena di Mark Zuckerberg che entrava nella platea gremita del Mobile World Congress di Barcellona del 2016? Tutti i giornalisti e accreditati indossavano visori Gear VR, creando un effetto che a qualcuno ha fatto sovvenire a tanti qualche distopia in stile “Black Mirror”.

 

 

Quel giorno Mr. Zuckerberg aveva annunciato che una divisione interna del colosso di Menlo Park avrebbe lavorato su una versione virtuale del social network. Adesso il prodotto di quel team è giunto a maturazione.

Il CEO direttamente dal palco della F8, la conferenza dedicata agli sviluppatori di Facebook a San Jose (California) ha annunciato il lancio di Facebook Spaces, un’applicazione per la realtà virtuale che sarà disponibile fin da subito in versione beta sull’Oculus Rift, il visore VR di Facebook. Ma le novità non finiscono qui.

 

Messenger, sempre più al servizio delle aziende

Nato come servizio accessorio a Facebook, soprattutto per agevolare la messaggistica e inizialmente porsi in concorrenza con Whatsapp e Skype, Messenger sta diventando sempre più una piattaforma integrata: dai pagamenti (idea rubata alla cinese WeChat), ai giochi condivisi, e infine i bot per le chat di gruppo (intuizione mutuata da Telegram).

Per gli utenti business, che accedono a Messenger soprattutto per la gestione della pagina, Facebook sta mettendo in campo Wit.ai – il suo motore per l’intelligenza artificiale – per implementare le risposte automatiche che già sono in uso da circa un anno. Le “Smart Replies” daranno indicazioni alle domande più frequenti poste dagli utenti, che spesso costringono i social media manager a rimanere attenti alle notifiche h24.

Facebook, allo stesso tempo, migliorerà anche la sezione Analytics delle pagine, sfruttando gli algoritmi di apprendimento automatico. Questo aiuterà i gestori a comprendere meglio il proprio pubblico di riferimento e i contenuti che creano maggiore interesse.

Sul versante più entertainment spicca il servizio di musica in streaming integrato nella chat di Messenger. Si parte con Spotify ma dovrebbe arrivare presto anche Apple Music.

 

Facebook Spaces e realtà aumentata

Un fotogramma della presentazione di Facebook SpacesA molti sicuramente ricorderà Second Life, l’universo parallelo popolato di avatar lanciato nel 2003. Solo che stavolta ci saranno i propri amici reali. Facebook Spaces, al momento disponibile solo per Oculus Rift, permetterà di vivere un’esperienza virtuale in 3D, interloquire con i propri contatti senza scrivere messaggi.

Si può accedere con il proprio avatar ed entrare in contatto con un numero massimo di 4 utenti. All’interno di questa dimensione sarà possibile anche disegnare, usare il selfie stick virtuale, fruire di video a 360 gradi e fare video chiamate su Facebook Messenger. Chi non è provvisto di Oculus VR in questo caso vedrà una versione di Facebook Spaces in 2D.

Probabilmente questa feature nasce per creare hype soprattutto tra i millenials, andando ulteriormente a scalfire il pubblico di Snapchat. A ciò si somma l’intenzione di introdurre filtri e funzionalità di realtà aumentata anche all’interno della nuova fotocamera lanciata in contemporanea con l’arrivo della funzione Storie.

La realtà virtuale adottata da Facebook Spaces non è che al grado uno delle sue vere potenzialità, infatti per vedere questo settore di sviluppo maturo dovremmo ancora aspettare dai 5 ai 10 anni.

“Abbiamo appena scalfito la superficie della tecnologia di social VR” ha dichiarato Rachel Franklin, capo del gruppo social VR. “In futuro, continueremo a trasformare il modo in cui le persone in tutto il mondo restano connesse con le loro comunità e i propri cari. Non vediamo l’ora di arrivarci”.

Nuovi fattori di ranking di Google. La SEO nel 2017 (e oltre).

Da molti anni ormai chi scrive su un blog, cura i contenuti di un sito aziendale, o progetta un sito da capo a piedi, deve fare i conti con la SEO e i nuovi fattori di ranking di Google. Questo perché l’obiettivo che si pongono tutti è scalare i risultati di ricerca di Big G, perché più visibilità sul più noto dei motori di ricerca significa avere maggiori possibilità di attrarre potenziali clienti, ovviamente non si può prescindere dalla credibilità, da costruire gradualmente con un una buona content strategy e una corretta esposizione sui social.

 

Schermo di computer con scritta design

 

Quali sono i nuovi fattori di ranking di Google?

Chiunque si occupa a livello approfondito di questi temi sa bene che la SEO non è mai stata una scienza esatta, la possiamo definire come una specie di rincorsa continua volta a carpire empiricamente i tanti segreti dagli algoritmi che implementa Google di anno in anno. Abbiamo a che fare con una materia mutevole, dove non sempre ciò che era ottimale un anno fa lo è ancora oggi. Alle volte l’arco temporale si accorcia anche a pochi mesi.

Questo perché cambiano rapidamente le abitudini di navigazione degli utenti, la capacità degli algoritmi di “ricostruire” il contesto in cui si trova un contenuto, di carpirne la pertinenza o l’autorevolezza. I parametri sono davvero numerosi, molti non li conosciamo neanche, anche perché Google li custodisce gelosamente – e comprensibilmente- come “segreto industriale”.

Quello che sappiamo è che ci sono stati diversi cambiamenti nei ranking delle keywords e nei posizionamenti dei siti nella SERP già ad inizio anno. Ma andiamo a vedere nello specifico quelli che sono stati i cambiamenti più importanti finora e i nuovi fattori di ranking a cui Google ha deciso di dare maggior peso.

 

Profondità di contenuto

Content is king. Non è un mantra ripetuto solamente dai marketers, ma anche dai SEO specialist. Per BigG un contenuto di qualità non è più un testo di 300 parole, ma è un testo articolato, pertinente con le keywords scelte e con una certa ricchezza semantica. Se sino a qualche anno fa si scriveva per obbedire alle parole chiave e alla loro densità nel testo, oggi viene premiata in primo luogo la rilevanza.

Sulla scorta degli studi di Backlinko, possiamo notare come sia concessa maggiore visibilità ai cosiddetti in-depth content, ovvero contenuti che scavano in profondità in un argomento. Pare infatti che le pagine con un ranking migliore siano quelle che contengano circa 1900 parole.

 

Popolarità e backlink

Un cantante canta sul palco mentre la folla lo applaude. La popolarità è tra i nuovi fattori di ranking di google

Come si misura la popolarità o autorevolezza secondo i fattori di ranking di Google? Semplice: in backlink. Non cambia la loro importanza rispetto al passato, ma è stato perfezionato il loro contributo.

Non bastano link da siti generici per farvi scalare la SERP. Bisogna che provengano da siti già autorevoli e che siano in linea con i temi che trovano spazio nel nostro sito. Ci deve essere, perciò, una coerenza semantica, altrimenti il link vale poco o nulla.

Come fare dunque a fare link building? La risposta è semplice e faticosa allo stesso tempo: creando contenuti di qualità. Un articolo che sia veramente utile e ben scritto per i tuoi potenziali lead ha molte più probabilità di essere condiviso sui social, e magari citato all’interno di un altro sito che si occupa degli stessi topic.

 

Responsive web design

Le ricerche e le navigazioni da desktop potrebbero diventare un ricordo del passato nello spazio di una generazione. Il volume di traffico da device è cresciuto esponenzialmente, a tal punto da sorpassare quello da desktop. Questo a Mountain View lo sanno bene.  L’abbiamo già visto con il lancio di AMP, un progetto open source che ha migliorato la navigazione e la velocità di caricamento dati sui dispositivi mobili, e l’adozione di questo standard da parte di molte testate giornalistiche è stata premiata appunto nelle SERP.

Il responsive web design era già un fattore di ranking di Google nel 2016, ma nel corso del tempo ha incrementato il suo peso. Per questo chi mette on-line un nuovo sito non può più prescindere da un’ottimizzazione che lo renda fruibile in modo piacevole e veloce anche da mobile, con una UX ad hoc per reperire agevolmente i contenuti rilevanti. Il rischio di andare on-line senza responsive web design significa oggi una retrocessione di ranking garantita.

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Query a coda lunga

Una delle evoluzioni apportate dalla linguistica computazionale nel campo nei motori di ricerca è stata quella rendere sempre più aderenti i risultati della SERP con quelli che sono i principi di semantica del linguaggio naturale. Che significa? Praticamente le vecchie ottimizzazioni SEO fatte a suon di moltiplicazioni abnormi delle keyword nei testi è stata sostituita dalla cosidetta “keyword prominence”, cioè l’uso di parole vicine semanticamente alla parola chiave scelta per il testo.

L’adozione di RankBrain da parte di Big G permette ora di valutare le chiavi di ricerca all’interno di una ricerca semantica, che non considera più solo la parola in sé ma ne individua il significato. Sempre RankBrain riesce ad elaborare con maggiore precisione le query a coda lunga che, peraltro, sono quelle che generano più traffico e più conversioni.

Facciamo un esempio: se cercate sul web “dove dormire in hotel a Praga durante Pasqua” non ci sono dubbi che siete interessati a quell’argomento, pertanto il motore di ricerca vi restituirà tutti i risultati che sono stati ottimizzati per questa long trail. Scalare la SERP a cavallo di una long trail è più semplice e inoltre ti permette di avere un traffico qualificato in ingresso.

Certificato di sicurezza

Uno schermo mostra la scritta security e un puntatore. La sicurezza dei dati è un fattore di ranking di google

Secondo SearchMetrics il 45% dei siti con il miglior piazzamento su Google usa il protocollo sicuro HTTPS. Anche Mountain View ha confermato che il protocollo di sicurezza è ormai un fattore di ranking.

A differenza del vetusto protocollo HTTP, il certificato SSL garantisce infatti che tutte le comunicazioni in entrata e in uscita dal sito web siano criptate. L’affidabilità e la sicurezza sono diventate perciò elementi determinanti per scalare la SERP, oltre che per metterti al sicuro da cyber-attacchi.

 

Quali le previsioni per il futuro?

Una sfera di cristallo per predire il futuro poggiata su una base di legno

Se l’obiettivo dei motori di ricerca è quello di restituire dei risultati soddisfacenti alle richieste degli utenti, non è difficile immaginare l’evoluzione che avrà Google, soprattutto nell’implementazione di strumenti di IA e linguaggio naturale.

Perfezionare i risultati di ricerca adattandosi alle query vocali, alle abitudini di navigazione, alla geolocalizzazione sono solo alcuni dei possibili scenari in atto. Oppure creare una sempre maggiore integrazione dell’algoritmo di Google con quelle che sono le nostre attività sui social.

Sappiamo intanto già che tutto ciò che costituisce un ostacolo o un disagio nella navigazione diventerà sempre di più elemento penalizzante secondo i nuovi fattori di ranking di Google. Banner pubblicitari invasivi, un’affiliate marketing selvaggio, testi che disattendono i titoli, anchor text non pertinenti sono tutti elementi che già nel 2017 hanno fatto declassare moltissimi siti.

Quali sono, invece, secondo voi i fattori che potrebbero diventare determinanti in futuro?