Innovative, ma non troppo: una startup italiana su tre non ha un sito internet

Il settore delle startup italiane cresce a ritmi sempre più incalzanti. L’economia dell’innovazione, secondo la fotografia emersa dalla Relazione annuale 2016 del Mise, è animata da quasi 7000 germogli di aziende, praticamente il doppio rispetto a soli due anni fa.

Ma alla narrazione – spesso epica – di idee vincenti, di duro lavoro, di scommesse che superano la prova dei mercati e di fatturati che crescono, si accompagna anche un racconto molto meno entusiasmante. Quello secondo cui molte, troppe startup innovative non hanno una finestra aperta sulla Rete. Un ossimoro quando si parla di digital business. Infatti, scorrendo tra le 6.300 e passa realtà iscritte al registro di Infocamere, sono ben 2.287 quelle che non hanno dichiarato alcun dominio online.

Come si spiega questo paradosso tutto italiano? Verosimilmente, alcune realtà al momento della registrazione erano così giovani da non avere un sito già operativo. Oppure molte PMI si sono camuffate da startup per ottenere i relativi sgravi fiscali, burocratici e occupazionali, ma non hanno ritenuto importante una loro presenza sul web.

“offline” by Bilal Kamoon is licensed under CC BY 2.0
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Startup e intrusi

Un registro che accoglie dunque, oltre che startup in senso stretto, anche numerose aziende “normali”. Un’anomalia che spiega anche il basso tasso di fallimenti registrato quest’ultimo anno, ovvero 208 attività chiuse, e quasi il 43% di aziende in utile. Queste cifre vanno poi associate ad un’altra evidenza emersa dall’analisi del registro italiano: l’86% delle aziende innovative rispetta solo un requisito di innovatività su tre.

Un quadro con diverse luci, in termini di volumi di crescita, ma anche dense ombre nell’analisi qualitativa del settore, soprattutto quando si vanno ad analizzare i dati relativi ai livelli occupazionali e il fatturato dichiarato. Il totale degli occupati (con dati aggiornati al giugno 2016) è di 32.087 unità, ma circa 23 mila sono soci e solo 9 mila sono veri dipendenti. Praticamente meno di due per azienda. Il valore medio della produzione è di 151.884 euro, ma la distribuzione è piuttosto impietosa: solo il 30% ha un fatturato superiore ai 100 mila euro annui, e solo il 2% superiore al milione di euro.

Uno su mille ce la fa

L’Italia non è un Paese friendly per chi fa business in ambito innovazione. Solo un pugno di eccellenze è riuscito ad innescare un processo di “scale-up”, ovvero di crescita e di raccolta investimenti. La nota dolente è sempre stata la storica scarsità di venture capital nello Stivale. Il totale della “scommessa” da parte degli investitori ammonta a 200 milioni di euro, un terzo rispetto alla Spagna, dieci volte meno che in Germania, sedici volte meno che nel Regno Unito.

Se si va a guardare il numero delle “exit”, ovvero il passaggio che certifica il successo di una startup tramite la cessione delle sue quote in modo da creare un margine di guadagno significativo per chi vende, i numeri italiani sono davvero esigui. Anche se il totale delle operazioni registrate già soltanto a gennaio sembra indicare un trend positivo.

Assenza di sito o assenza di visione?

Un ragazzo trasmette con il telegrafo in una foto d'epoca in bianco e nero

Vale la pena tornare un attimo sull’assenza di domini web per un terzo delle attività iscritte nel registro di Infocamere. Già nel 2016 Instilla aveva pubblicato un report sullo stato di salute digitale delle imprese innovative. Si era scoperto che meno del 60% aveva dichiarato di avere un sito e solo il 42% del totale aveva un dominio funzionante; addirittura meno del 30% delle startup aveva un sito che avesse passato il Google Mobile Friendly Test. Un quadro senz’altro sconfortante.

Non si può pensare di essere innovativi soltanto a chiacchiere o soltanto per ottenere benefici fiscali e magari continuare ad usare il fax. La facilità con cui oggi si può scegliere un hosting, un dominio e costruire da zero un sito web fa quasi sorridere. Anche l’ipotesi in cui ci siano PMI camuffate nel registro delle startup non rende superflua una riflessione più generale sulla necessità che una presenza di proto-aziende su internet sia accompagnata dalla costruzione di una web reputation e da un efficace inbound marketing, indispensabili per la creazione delle relazioni giuste con clienti, nuovi soci e, soprattutto, investitori.

L’assenza di sito web è solo la punta di un iceberg che racconta un’Italia ancora restia a confrontarsi con una strategia di comunicazione a tutto tondo. Ed è il mercato, in questi casi, a premiare chi ha saputo vedere oltre il confine della propria scrivania.

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Giuseppe Flavio Pagano

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